La scuola italiana è un disastro da decenni, ma tutti urlano contro la DaD

La scuola italiana è un disastro da decenni, ma tutti urlano contro la DaD

Quando il saggio indica il pluridecennale declino della scuola italiana, lo stolto guarda la DaD. Questa parafrasi del celebre aforisma orientale potrebbe essere un buon riassunto dell’attuale dibattito sulla Didattica a distanza, ultima arrivata nell’allevamento di capri espiatori che vengono ritualmente offerti all’opinione pubblica italiana dai sacerdoti del cosiddetto dibattito politico.

Il pensiero di questo affollato coro lamentoso si fonda su un grande dogma di fede: se docente e allievi non si trovano fisicamente nella stessa stanza, l’apprendimento è impossibile. Le parole di un insegnante non hanno – secondo questa tesi – la stessa efficacia se proferite attraverso un microfono.
Come tutti i dogmi di fede, anche questo si fonda pressoché esclusivamente su convinzioni pregresse, esperienze personali elevate al rango di statistiche nazionali e – soprattutto – sul sistematico evitare di osservare i dati statistici a nostra disposizione. Dando un’occhiata ai quali, invece, si avrebbe un quadro forse più pessimista, ma al tempo stesso assai più realista della situazione.

È davvero impossibile imparare a distanza?

L’espressione stessa Didattica a distanza non è che la declinazione in ambito pubblico di qualcosa che esisteva già ben prima del COVID-19: la formazione a distanza.
Una prassi utilizzata anche in contesti ufficiali e legalmente riconosciuti dallo Stato italiano: si pensi, per fare solo due esempi, ai corsi di formazione sulla sicurezza per i lavoratori (obbligatori per legge in base al Testo unico) o a quelli dell’HACCP, anch’essi obbligatori per i lavoratori dei settori post-primari. Questi corsi, da anni, possono essere tenuti in modalità totalmente telematica, così come le relative prove finali. Per inciso, chi scrive ha avuto modo di frequentarne sia “in presenza” sia in modalità telematica, e può tranquillamente affermare che, in entrambi i casi, le prove finali erano poco più che formalità irrisorie.
Ma al di là di questi casi specifici, basta una rapida occhiata al mondo contemporaneo per constatare come sul web prolifichino i corsi online; dalla programmazione informatica alla cucina, passando per le materie umanistiche, non c’è ambito del sapere umano di cui non si possa trovare qualche corso online, gratis o a pagamento.

C’è chi si è spinto oltre: parlo dei fondatori di iScuola, una scuola privata con sede a Brescia e che pratica una formazione interamente a distanza (è bene ricordare la differenza tra scuola paritaria e scuola privata nell’ordinamento italiano: mentre le prime sono appunto parificate alle scuole pubbliche – e quindi possono svolgere esami e rilasciare diplomi – quelle private possono solo preparare gli studenti agli esami di Stato, da svolgersi come privatisti presso strutture statali o paritarie). Funziona? Stando a ciò che affermano sul loro sito, i risultati (in termini percentuali di promozioni e conseguimento del diploma) sembrano perfino migliori di quelli delle scuole tradizionali.

Dunque la domanda sorge spontanea: se la didattica a distanza è così inefficace, perché ha tutto questo successo?

La risposta pare già di udirla: si tratta di corsi riservati a un pubblico adulto, persone che scelgono di mettersi a studiare per recuperare anni persi! Non si può pensare di replicare questo schema nella scuola dell’obbligo, oltretutto con allievi adolescenti.

Questa risposta ha il grande merito di far nascere un’ulteriore e più fondamentale domanda: non è che per caso è l’intera impostazione di fondo della scuola italiana ad essere sbagliata? Davvero pensiamo che quegli alunni che in DaD spengono le telecamere e si addormentano durante alcune lezioni, in presenza seguirebbero la stessa identica lezione – con lo stesso identico docente – con interesse e partecipazione? Chiunque abbia lavorato nella scuola conosce la risposta; per gli altri dovrebbe bastare il buon senso, ma dato che esso – oggi come ai tempi del Manzoni – se ne sta ben nascosto per paura del senso comune, anche qualche cifra non guasta.

La didattica in presenza funziona?

Nel 2019 (cioè prima della pandemia) i risultati dei testi INVALSI rivelavano che

poco più di uno studente su tre (il 34,6%) non raggiunge i livelli richiesti in italiano. Si sale al 41,7% in matematica. E la situazione è ancora più grave in inglese.

Qui un’analisi più estesa, da cui emerge un dato ancor più grave: la scuola non riesce neanche lontanamente a colmare i tanti divari che esistono nel nostro Paese.
Non colma il divario Nord-Sud, con gli studenti meridionali che arrancano molto di più dei loro colleghi settentrionali, come rivelano chiaramente i già citati test INVALSI.
Ancor meno colma il divario sociale, come dimostrano le rilevazioni di AlmaDiploma, un consorzio che raccoglie ed analizza dati sui diplomati: dal report annuale (consultabile per intero qui) emergono alcuni risultati che parlano chiaro.

Come si può osservare dalla figura 1.5, in più del 60% dei casi chi va al Liceo proviene dalla classe “elevata” o “media autonoma”, percentuale che scende drasticamente quando si parla di istituti tecnici e professionali.

Risultati analoghi non sono una novità del 2020: come spiega questo articolo su Wired datato 2018, lo scenario complessivo italiano è quello di un Paese in cui:

  • alcuni tipi di scuole – i Licei, in particolare il classico – rimangono appannaggio dei ceti benestanti. Chi li frequenta proviene da famiglie i cui genitori sono laureati o diplomati, e tendenzialmente ottiene i risultati scolastici migliori.
  • altri tipi di scuole – gli istituti tecnici e professionali – sono invece scelti da chi proviene da famiglie a reddito medio-basso e i cui genitori non hanno titoli di studio troppo elevati. I risultati dei test INVALSI in queste scuole sono in genere peggiori rispetto a quelli dei licei.

La scuola italiana, dunque, anche nella sua versione standard con le lezioni in presenza, fornisce un’istruzione piuttosto scadente (specie se confrontata con quella di altri Paesi europei) e fallisce nella sua funzione di ascensore sociale, tanto che l’Italia risulta essere un Paese abbastanza scarso in quanto a mobilità sociale.

“In compenso”, il medesimo Stato italiano è piuttosto generoso con chi riesce – in un modo o nell’altro – ad arrivare in fondo: la percentuale di promossi all’esame di Stato sfiora il 100%, con annesso profluvio di lodi.

Tutti questi problemi non sono certo una novità. Esiste una nutrita bibliografia di studî che denuncia la progressiva decadenza della scuola italiana almeno dagli anni ‘60 ad oggi; alcuni di questi testi li ha elencati Luca Ricolfi nella bibliografia del suo ultimo lavoro, La società signorile di massa. Ricolfi parla, senza mezzi termini, di distruzione della scuola, e ritiene questo fenomeno uno dei tre pilastri su cui si regge quella “società signorile di massa” che da il titolo al libro.

Scrive l’autore:

(…) quello dell’istruzione è l’unico settore della società italiana in cui la produttività è in costante diminuzione da oltre mezzo secolo.
Che cos’è la produttività dell’istruzione? (…) è l’inverso del numero di anni necessari per raggiungere un determinato grado di organizzazione mentale. Supponiamo di assumere, come metro, il livello di organizzazione mentale – conoscenze, padronanza del linguaggio, capacità logiche – di un diplomato di terza media del 1962, l’ultimo anno prima dell’introduzione della scuola media unica. A lui erano occorsi otto anni di studio per raggiungere quel livello. Quanti ne occorrono oggi per raggiungere un livello comparabile? (…) la mia risposta è che (…) siano necessari da un minimo di cinque anni in più (se si è frequentato un buon liceo classico) ad un massimo di tredici anni in più (se occorre addirittura un dottorato di ricerca per recuperare pessimi studi precedenti).
(…) Se mi baso sulla mia esperienza di docente universitario, non posso non constatare che la padronanza della lingua italiana (tuttora richiesta dalla maggior parte dei concorsi pubblici) (…) è presente in una minoranza dei laureati, mentre ancora a metà degli anni sessanti era per così dire “automaticamente incorporata” nel titolo di terza media inferiore.

E se la DaD potesse (contribuire a) migliorare le cose?

Se dunque la situazione della scuola italiana è quella fin qui delineata (costante diminuzione della produttività, inflazione dei titoli di studio, incapacità di fungere da ascensore sociale), la domanda che da il titolo a questo paragrafo dovrebbe sorgere spontanea.

La personalissima convinzione di chi scrive è che la risposta possa essere affermativa, almeno a certe condizioni e in alcuni contesti.

Intanto vorrei chiarire che, quando parlo di DaD, mi riferisco ad un suo utilizzo nelle sole scuole superiori, ritenendolo molto più problematico alle elementari e alle medie. La ragione principale è che, secondo alcuni illustri psichiatri infantili (ad esempio Manfred Spitzer, Demenza digitale) un’esposizione precoce agli strumenti informatici non solo non migliora, ma addirittura peggiora lo sviluppo cognitivo, per il semplice fatto che la tecnologia riduce lo sforzo intellettuale che il bambino deve compiere; a titolo d’esempio, Spitzer confronta la scrittura a mano di parole (in tedesco) con l’equivalente esercizio svolto su una lavagna multimediale, dove lo studente può spostare prefissi e suffissi per formare nuove parole. Nel primo caso lo sforzo mentale è maggiore, e dunque “allena” maggiormente il cervello (che, sotto questo punto di vista, funziona come la muscolatura: meno la si utilizza, più si atrofizza).
Nei primi anni di scuola, quindi, sarebbe consigliabile di far usare il meno possibile la tecnologia: calcoli a mano, tabelline a memoria etc.

Ma dalle superiori in poi (e soprattutto all’Università), il discorso potrebbe cambiare, a patto naturalmente di superare pregiudizi ideologici e mostrare un minimo di onestà intellettuale.

Per prima cosa, coloro che considerano una barbarie il tenere i giovani 5-6 ore al giorno “davanti ad uno schermo” dovrebbero riconoscere che questo è ciò che i teenager di oggi (i c.d. nativi digitali) fanno già, loro sponte (anche in questo caso non si tratta di opinioni, ma di statistiche). In un certo senso, tuttavia, chi fa questa osservazione non ha tutti i torti: la didattica a distanza non dovrebbe essere per forza una riproposizione di quella in presenza, con i suoi rigidi orari, la lezione frontale e tutto il resto. È stata fatta in questo modo perché, semplicemente, lo Stato italiano è in mano ad una pletora di attempati burocrati allevati con la cultura del timbro sul modulo, che passerebbe con nonchalance ad apporre timbri anche sugli hard disk o le webcam.
Ma la DaD può essere fatta anche con intelligenza. Esiste ad esempio la c.d. modalità asincrona: il docente produce delle video-lezioni e le carica su qualche portale, e il meeting online serve solo per domande-risposte, esercitazioni live etc. A dirla tutta, è da qualche anno che nei manuali del docente moderno si pontifica sulle alternative alla lezione frontale, e la c.d. flipped classroom è tra le modalità più raccomandate.
C’è chi ritiene che una video-lezione caricata online non sia efficace quanto una in presenza; ma, come detto sopra, questa convinzione contrasta con il successo su YouTube di canali di insegnanti, diventati nel corso degli anni delle vere web-star proprio perché “fruiti” da studenti di altri professori, non altrettanto bravi nelle spiegazioni: da Nova Lectio a Luigi Gaudio, fino all’incredibile Matteo Saudino.

Ovviamente tutto ciò presuppone una certa maturità da parte degli alunni, oltre che una preparazione specifica (attualmente spesso inesistente) da parte dei docenti. E qui il dibattito cessa di essere tecnico e diventa ideologico. Esiste una vasta corrente di pensiero secondo cui non si può pretendere dagli studenti tutta questa responsabilità: non si può chiedere loro di studiare autonomamente, organizzare come meglio credono il loro tempo e, al momento opportuno, farsi trovare preparati per il test.
Personalmente credo che sia vero il contrario: una scuola superiore incentrata sulla DaD assomiglierebbe di più all’Università, e responsabilizzerebbe gli alunni molto più di quella attuale, in cui il docente deve indicare con precisione chirurgica sul registro quali pagine vanno studiate e quanti/quali esercizi vanno svolti.

La DAD permette a chi vuole imparare di farlo, al contrario della didattica in presenza

Veniamo ora ad una considerazione che farà storcere il naso forse ancor più di tutte quelle espresse finora.
Chiunque abbia insegnato in una qualunque scuola italiana negli ultimi anni avrà notato che, in ogni classe, c’è sempre il classico gruppo (più o meno numeroso) di alunni a cui di imparare qualcosa non interessa affatto, e il cui unico fine è svagarsi, imporsi sugli altri tramite bullismo, rimorchiare etc. La quantità di tempo che un insegnante perde a tentare di riportare la calma e il silenzio in classe varia ovviamente a seconda dell’ordine e grado della scuola, ma credo non sia esagerato ipotizzare che fino ad un terzo dell’ora di lezione possa essere perso in questo modo.
Da convinto libertario quale sono, trovo questo l’aspetto più insopportabile: impedire agli altri di ricevere un’istruzione decente. La DAD ha questo grande vantaggio: elimina alla radice il problema della confusione in classe, permette facilmente al docente di silenziare chiunque tenti di disturbare e, soprattutto, non fa sentire in soggezione quegli alunni che hanno voglia di apprendere. I quali, generalmente, sono i più timidi e sottomessi, per cui difficilmente, in classe, si rivolgono ai compagni confusionari invitandoli a fare silenzio; se lo fanno rischiano di subire rappresaglie d’ogni tipo.
La DAD mette ogni individuo di fronte alle proprie responsabilità: chi vuol seguire segue, chi non vuol farlo sarà libero di dormire, giochicchiare con lo smartphone o altro. Saranno infine le prove di verifica a stabilire quale strategia ha funzionato meglio. L’importante, ovviamente, è che tutti abbiano le stesse possibilità di seguire efficacemente le lezioni (e infatti le scuole italiane stanno fornendo dispositivi – pc, tablet – in comodato d’uso alle famiglie meno abbienti).

Mi rendo conto che questa visione della scuola possa provocare l’orticaria a stuoli di docenti parecchio idealisti e di chiarissimo orientamento ideologico. Pare quasi di sentirli, mentre urlano al mondo che questa è una visione produttivista-consumista-turbocapitalista, che la scuola non può ridursi a test a crocette eccetera eccetera. Una discreta summa di questo pensiero si può trovare nel sottostante video del già citato Matteo Saudino.

La socialità

Dulcis in fundo, esiste la grande questione della socialità. La DaD, è stato detto, priva i ragazzi della relazione umana col gruppo dei pari, elemento indispensabile alla loro sana maturazione sociale.
Ora, non c’è dubbio che i contatti umani siano indispensabili e non sostituibili con relazioni “digitali”, ma andrebbe chiarito un punto: non è stata la DaD a isolare gli adolescenti dal resto del mondo durante la pandemia, bensì la pandemia stessa. Il lockdown a cui è stata sottoposta l’Italia ha tolto ai giovani la possibilità di vedere tutti i loro amici, non solo i compagni di classe; in una situazione post-COVID, quando finalmente l’emergenza sarà finita, gli studenti tornerebbero ad essere liberi di uscire, di fare sport e aperitivi con gli amici che si sono scelti. Non con quelli che sono semplicemente capitati loro in sorte.
La scuola non è affatto quel luogo idilliaco da Libro Cuore che viene dipinto dai detrattori della DaD: è noto che da anni, nelle scuole italiane, dilaga il bullismo, tanto nella forma tradizionale quanto nella versione cyber. E anche quando non si arriva al bullismo, si riscontrano molti comportamenti tutt’altro che amichevoli (emarginazione, isolamento, indifferenza). C’è chi sostiene che anche queste esperienze negative siano comunque indispensabili, perché rafforzerebbero i ragazzi preparandoli ad affrontare meglio le delusioni della vita da adulti; d’altro canto, credo non vadano sottolineati gli studi che mostrano come le conseguenze del bullismo abbiano ripercussioni anche a lungo termine, nella vita da adulti.

Conclusione: la DaD non è la panacea di tutti i mali, ma non è neanche il Male

Trovo ragionevole l’idea espressa dal Ministro Bianchi di far tesoro dell’esperienza della DaD anche dopo che l’emergenza sarà finita. La scuola italiana da decenni non riesce più a stare al passo coi tempi e a mettere i ragazzi nelle condizioni di orientarsi nel mondo contemporaneo: una distorta idea di uguaglianza sociale ha spinto generazioni di Ministri, presidi e insegnanti ad abbassare continuamente l’asticella e inflazionare diplomi e lauree.
Le lezioni in presenza sono spesso caratterizzate da confusione, scarsa attenzione da parte degli alunni e conseguente frustrazione da parte dei docenti (i quali, sempre più spesso, a bassa voce e con un velo d’imbarazzo cominciano ad ammettere che “quella classe lì la preferisco a distanza”).

Ovviamente per rilanciare veramente la scuola servirebbero riforme radicali, come quelle suggerite da Salvatore Modica e Tommaso Monacelli su Lavoce.info: riforma del ciclo di istruzione (5 anni di elementari e 5 di medie uguali per tutti) introduzione della valutazione per materia anziché per classe; e poi ancora un drastico ripensamento di quali materie insegnare e quante ore dedicare alle varie discipline (si veda questo post di Michele Boldrin in proposito). Queste sarebbero le vere riforme “epocali” da fare, e ovviamente le possibilità che vengano attuate a breve – o addirittura dall’attuale Governo – sono pressoché nulle. Ma se intanto si iniziasse ad accettare l’idea che, almeno per alcuni (sia alunni sia docenti), una scuola digitale potrebbe essere preferibile a quella attuale, sarebbe un passo avanti. E sarebbe fondamentale garantire a famiglie e studenti quella libertà di scelta che, ad oggi, di fatto non esiste.
Ma questo è un altro (lungo discorso).