Appena costituito, il nuovo governo israeliano si dichiara intenzionato a unificare tutte le componenti della società; se la crisi sanitaria ha accentuato la tendenza dei governi in carica ad appellarsi all’unità in nome di (vere o presunte) “guerre” o “campagne” comuni, dal terrorismo all’ambiente e alla salute, la fase di transizione in corso sembra acuire le tensioni politiche interne ai paesi “satelliti”

Poliedri israeliani

“Il nuovo governo farà tutto il possibile per unire tutte le componenti della società israeliana”. Queste le parole di Yair Lapid, fondatore e presidente del partito laico di centro Yesh Atid, poco dopo la formazione del nuovo governo israeliano, il primo cui abbia preso parte un partito arabo, Raam, di ispirazione islamica moderata. In termini analoghi si è espresso il nuovo presidente, il laburista Isaac Herzog, che considera “essenziale curare le ferite sanguinose che si sono aperte nella nostra società negli ultimi tempi”. Infatti, mentre, da un lato, l’ultima aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza ha fatto emergere un “fronte interno” alle città israeliane, dall’altro, gli ultimi cinque anni di governo dell’ex premier Benyamin Netanyahu erano stati già caratterizzati da proteste e tensioni politiche crescenti, legate essenzialmente alle accuse di corruzione nei confronti di Bibi e alla sua gestione dell’emergenza sanitaria. Al punto che lo scrittore Alon Altaras, in un articolo pubblicato a maggio sul Fatto Quotidiano, aveva evidenziato un “rischio di guerra civile” se non ci sarà un “governo del cambiamento”. Il che significa che né i trionfi di una “campagna” vaccinale militarizzata, né l’accresciuto peso geopolitico di Tel Aviv durante il mandato dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump sono bastati a ritessere le trame di un tessuto sociale dissestato da decenni di politiche aggressive volte a mascherare fenomeni di corruzione e una gestione discutibile dello status dei cittadini arabi. Che il paese sia diviso, nonostante le dichiarazioni di intenti degli esponenti del nuovo esecutivo, risulta evidente dalle reazioni immediate delle opinioni pubbliche, che si sono riversate nelle piazze su due opposti schieramenti: i fedelissimi di Netanyahu e i sostenitori del governo di unità nazionale. Tra questi ultimi, c’è anche il generale in pensione Amir Haskel, fermato nel giugno 2020 assieme ad altri attivisti che protestavano per le dimissioni del governo di Bibi. Nondimeno, sussistono dubbi sulla stabilità di questo governo, vista la diversità delle forze che lo compongono, che, ad esempio, ha indotto a elaborare una soluzione di avvicendamento alla carica di primo ministro: per i primi due anni l’incarico sarà affidato a Naftali Bennett, il milionario ultra-nazionalista capo del partito di destra radicale Yamina, un tempo alleato di Netanyahu; gli succederà, per altri due anni, l’esponente centrista laico Lapid. Al partito di Bennet, peraltro, il sostegno al governo di unità nazionale è già costato aspre critiche e accuse di tradimento.

Caleidoscopi turchi

I dodici anni di governo Netanyahu si possono, in sostanza, considerare un esempio di fallimento dei modelli di governo caratterizzati da quello che Antonio Gramsci chiamava cesarismo regressivo. Soprattutto se si tratta di Stati il cui peso geopolitico (ragionale), che ne garantisce una certa stabilità, è legato al loro status di satelliti di una potenza mondiale. Vale per Israele, così come per un altro alleato di Washington, altro esempio di cesarismo regressivo, che oscilla tra fedeltà opportunistica e ambiguità strategica: la Turchia, che, a differenza di Israele, è membro dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico Nord (NATO). Infatti, anche in questo caso, o forse più che nel caso di Israele, la transizione tra l’era Trump e quella del nuovo presidente Joe Biden ha coinciso con un repentino cambiamento negli equilibri politici interni, che potrebbe riflettersi in una revisione dei rispettivi sistemi di alleanze. Inclusi, per Tel Aviv, gli accordi Abramo e, per Ankara, la Convenzione di Montreux del 1936, dalla cui giurisdizione sarebbe escluso il folle progetto del nuovo canale sul Bosforo, Kanal İstanbul. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, in difficoltà a causa della crisi finanziaria e per la gestione della crisi economica legata all’emergenza sanitaria, si trova ad affrontare le pressioni crescenti di un’opposizione divisa, ma unita dal proposito di detronizzarlo, analogamente alla coalizione che ha defenestrato Netanyahu. Basti pensare che questa alleanza, chiamata Alleanza nazionale è costituita dal Partito del bene di Meral Akşener (ex Partito del Movimento nazionalista – MHP –, poi fuoriuscita per fondare lo İyi Parti, ossia il Partito del bene, o partito buono, avanguardia della super-NATO) e dal Partito repubblicano del popolo (CHP, kemalisti dalla vaga ispirazione social-democratica). Dopo l’esplodere delle proteste di Gezi Park, nel 2013, Erdoğan ha fatto dell’islam politico neo-ottomano il collante essenziale del tessuto sociale. Una linea che ha provocato la rottura con i suoi ex alleati: in primo luogo, nel 2013, Fethullah Gülen, attualmente residente negli USA, le cui ripetute richieste di estradizione sono state motivo di frizione tra Ankara e Washington; in secondo luogo, nel 2016 (al momento dell’instaurazione del presidenzialismo), l’ex Primo ministro Ahmet Davutoğlu, che con il saggio Profondità strategica (2001) ha contribuito, tra l’altro, alla ricerca da parte di Ankara di un rapporto più vantaggioso con gli USA e con la NATO, tenendo conto delle proprie priorità strategiche, soprattutto a partire dagli anni Duemila. Nondimeno, se nel corso dei due mandati presidenziali di Barack Obama le relazioni USA-Turchia sembravano essersi raffreddate, l’amministrazione del suo successore, Donald Trump, aveva lasciato tanto ad Ankara, quanto a Tel Aviv un certo margine di manovra in Medio Oriente. L’attuale inquilino della Casa Bianca, Joe Biden, appare più cauto.

Convergenze euro-afro-asiatiche

In primo luogo, favorendo l’avvicinamento tattico di Francia e Italia in Europa, per esercitare pressioni sulla Germania, che intrattiene importanti rapporti economici con Cina e Russia, Washington sembra caldeggiare un dialogo tra Turchia e Italia in vista di una risoluzione del conflitto in Libia (o almeno di una stabilizzazione del territorio libico). Con la Turchia, in particolare, Biden ha in piedi due dossier: Kanal İstanbul e l’affaire Gülen. Da un lato ciò potrebbe essere per Washington un’opportunità per assicurarsi la fedeltà turca, come era stato negli anni ‘90 del secolo scorso; dall’altro, tuttavia, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, strumento di ricatto strategico nelle mani di una Turchia che ha bisogno di ricrearsi una unità sociale e politica, magari proprio in nome di una ritrovata vocazione (o velleità) imperiale. Ad esempio, Ankara potrebbe barattare l’estradizione di Gülen con il suo consenso alle navi da guerra statunitensi di attraversare il nuovo canale e sostare a tempo indefinito (o meglio, definito dalla Turchia stessa) nel Mar Nero, specchio d’acqua storicamente strategico per la Turchia e per la Russia. D’altronde, l’importanza per la Turchia di risolvere la questione Gülen è emersa a fine maggio, con il controverso arresto di Selahattin Gülen, nipote di Fethullah, ufficialmente residente in Kenya, ad opera di un agente dell’intelligence (MİT). Quanto alla Libia, l’instaurazione di un dialogo costruttivo tra Roma e Ankara sembra favorita dal fatto che entrambi i paesi sostengono il Governo di accordo nazionale presieduto da Fayez el-Serraj. Questa convergenza apparente, tuttavia, si è finora tradotta in rivalità, come dimostra l’atteggiamento del presidente del Consiglio italiano Mario Draghi nei confronti del suo omologo turco. Per Roma, infatti, solo un intervento della superpotenza statunitense potrebbe consentire una riconquista delle tradizionali aree strategiche non solo in Libia (si ricordi che Turchia e Italia combatterono una guerra per la conquista del territorio libico, nel 1911-12), ma anche nei Balcani. Una regione, quest’ultima, che, assieme al Caucaso e all’Asia centrale, è storicamente teatro delle rivalità geopolitiche tra le grandi potenze, quindi, attualmente, tra Stati Uniti, Russia e Cina. Tutte e tre impegnate in un avvicendarsi di segnali di distensione, come la pianificazione di incontri bilaterali, e dimostrazioni muscolari, come le esercitazioni militari congiunte, che, inoltre, aiutano a individuare i rispettivi sistemi di alleanze. Non a caso, tra i 12 paesi coinvolti nell’edizione del 2021 dell’esercitazione annuale Defender-Europe, condotta dagli USA con paesi partner dentro e fuori la NATO e lanciata agli inizi di maggio nel porto albanese di Durazzo, figurano Estonia e Lituania, due repubbliche baltiche particolarmente ostili a Mosca, e Bulgaria e Romania, entrambe bagnate dal Mar Nero.

Militarismi post-moderni

Dal canto loro, la Cina (soprattutto nel Mar cinese meridionale) e la Russia (soprattutto in Siria, Estonia e nell’Artico) non sono rimaste a guardare, intensificando il proprio impegno non solo nell’accrescere il proprio soft power, ma anche in esercitazioni militari dimostrative. Dal canto suo, la Turchia aveva iniziato, già a metà anni Duemila, a riflettere seriamente sull’importanza strategica del controllo degli specchi d’acqua. Due eventi, in particolare, hanno innescato tale riflessione, a seguito della scoperta di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale: l’accordo tra Cipro ed Egitto sulle frontiere marittime (2003) e l’integrazione di Cipro nell’Unione Europea (2004). Così, diversi ammiragli di Ankara, a partire dai primi anni Duemila, hanno gradualmente elaborato il concetto di Patria blu (Mavi vatan), ovvero la necessità di proteggere i propri confini marittimi, anche a scapito della teoria neo-ottomana di Davutoğlu di “zero problemi con i vicini”. Il risultato più evidente è stato l’inasprimento delle relazioni con la Grecia (e con l’Europa) e una maggiore assertività nei Balcani e nel Caucaso. Nondimeno, non tutte le forze politiche turche sono disposte a sostenere la dottrina della Patria blu, della cui realizzazione è parte integrante il progetto del nuovo canale sul Bosforo: sono a favore il MHP di Devlet Bahçeli e Meral Akşener İyi Parti, ma non il CHP di Kemal Kılıçdaroğlu, una divergenza che complica gli equilibri dell’alleanza di opposizione. In questo quadro, per l’amministrazione Biden è essenziale arginare l’espansionismo turco prima che Ankara possa usare il suo potere in seno alla NATO (come già ha mostrato di poter fare in occasione dello scontro, nel giugno 2020, con la Francia), ma anche evitare che emergano altre potenze regionali (come Israele o l’Arabia Saudita) capaci di sfruttare a proprio vantaggio il sostegno di Washingtom. Così si spiegano, dunque, le nuove, banché ancora solo formali, aperture al dialogo con l’Iran e i segnali duplici che gli USA inviano ai loro rivali: contestuali alle imponenti esercitazioni militari di Defender-Europe sono le dichiarazioni dell’amministrazione Biden di impegno al dialogo (con la Cina il primo incontro, abbastanza teso, è avvenuto ad Anchorage, mentre con la Russia si attende un vertice, che si preannuncia complesso, tra Biden e il suo omologo Vladimir Putin). Un’alternanza che tradisce una certa incertezza nella gestione degli equilibri internazionali in una fase di transizione in cui la ridefinizione degli equilibri di potenza avviene di pari passo con una rivoluzione industriale. Proprio come avvenne nei decenni che precedettero lo scoppio della prima guerra mondiale.