Quelli musicali ormai non sono più gli unici tormentoni estivi. Da quando esiste il Reddito di cittadinanza se ne sono aggiunti un paio: il RdC scoraggia il lavoro, soprattutto stagionale? E, nel caso: è una cattiva notizia o no?

A dire il vero sulla prima domanda sembrano tutti d’accordo; è sulla seconda che esistono visioni diverse.

Da un lato ci sono gli imprenditori, soprattutto quelli del settore turistico e della ristorazione (da Gabicce Mare a Napoli), che dinanzi alla difficoltà nel reperire lavoratori giungono alla conclusione che la disoccupazione sia una specie di fake new, e che – se proprio esiste – è casomai ascrivibile alla scarsa voglia di lavorare dei giovani.

Sull’altra sponda siedono invece coloro che, di fronte al suddetto mismatch tra domanda e offerta di lavoro stagionale, esultano e cantano le laudi del RdC, meritevole – a loro avviso – d’aver posto fine allo sfruttamento e ridato dignità al lavoro. Di seguito qualche esemplare commento ad un articolo condiviso su Facebook dalla pagina Il vittimismo dei camerati.

 

 

 

 

Come si può notare, anche qui in quanto a pregiudizi non c’è male (imprenditore = sfruttatore/negriero/evasore, o magari semplicemente “prenditore”, epiteto più istituzionale in quanto usato fino a poco tempo fa dal M5S); ciò che più sorprende, tuttavia, è la concezione dell’economia sottesa a questi commenti.

Quando si afferma che “il principale merito del RdC” sarebbe quello di aver “messo fuori gioco” i salari “troppo bassi”, bisognerebbe precisare che tali salari non sono stati rimpiazzati da altri, più alti: semplicemente, quei posti di lavoro sono rimasti scoperti, e tali verosimilmente rimarranno anche negli anni a venire.
Naturalmente questo fatto risulta incomprensibile a quella fetta di opinione pubblica che scrive quei commenti, fermamente convinta che l’unica ragione per cui i ristoratori/albergatori danno bassi salari agli stagionali è appunto la loro risaputa avidità. L’idea che i salari dipendano dagli introiti al netto delle spese sembra non sfiorarli. Il Segretario della CIGL, Maurizio Landini, in un recente dibattito televisivo ha dichiarato che la soluzione al problema sarebbe “semplice”: pagare di più.
Con ciò ovviamente non voglio negare che esistano imprenditori disonesti e sfruttatori; ma pensare che qualunque ristoratore possa assumere personale stagionale a 1200€/mese, a prescindere a tutti gli altri fattori, significa avere un’idea parecchio distorta della realtà.

Banalmente, chi prima percepiva un salario basso lavorando, ora percepisce il RdC, che è altrettanto basso, ma senza lavorare.
Tutto ciò è giusto? E’ sbagliato? Qui si entra nel mondo delle opinioni soggettive. Personalmente non avrei granché da obiettare a chi pone la questione su un piano strettamente etico-morale, affermando che lo Stato debba corrispondere a certe persone un’indennità di disoccupazione mensile anche consistente, piuttosto che costringerle a fare lavori semi-schiavili e rischiosi. Solo che, una volta acclarato ciò, credo si possa essere tutti d’accordo nell’affermare che la soluzione “su lungo periodo” debba essere quella di mettere gli imprenditori nelle condizioni di creare posti di lavoro decenti, e, cosa ugualmente importante, mettere le persone nelle condizioni di poterli accettare.

Il Reddito di cittadinanza ha funzionato?

Ed è qui che casca l’asino. Perché il Reddito di cittadinanza era stato presentato da Di Maio & Co. non solo e non tanto come una misura di sostegno al reddito, ma come una tappa per il reinserimento del beneficiario nel mercato del lavoro; da qui tutta una serie di mirabolanti iniziative, quali l’assunzione dei Navigator o l’adozione del miracoloso software del Mississipi.. Iniziative costate milioni ai contribuenti e rivelatosi pressoché inutili, almeno stando ai dati riferiti a gennaio 2020 da Pasquale Tridico (presidente INPS “non certo sgradito” ai pentastellati): solo il 3,63% dei beneficiari del RdC avviabili al lavoro l’ha effettivamente trovato.

Vuoi vedere che, se domanda e offerta di lavoro non si incrociano, non è per mancanza di personale e/o software adeguati, ma semplicemente perché non sono incrociabili?
In parole più semplici: non è che la disoccupazione è alta perché gli imprenditori cercano certe figure professionali e non le trovano?

Primo elefante nella stanza: il mismatch

I dati, ahimé, sembrerebbero suggerire esattamente questo. Come spiega Michelle Crisantemi su Innovation Post:

Dal 2004 al 2019, il mismatch tra domanda e offerta di lavoro ha subito un progressivo peggioramento: in 15 anni il tasso di disoccupazione è passato dal 6% ad oltre il 10% e le difficoltà di reperimento si sono alzate a livelli record, in un divario tra domanda ed offerta di lavoro sempre più profondo e complesso. (…) Da un’elaborazione Randstad Research su dati Excelsior, le 5 professioni più difficili da reperire sul totale delle assunzioni pianificate nel 2019 secondo il tasso di difficoltà di reperimento sono specialisti di saldatura elettrica e a norme ASME, analisti e progettisti di software, saldatori e tagliatori a fiamma, tecnici programmatori e tecnici meccanici.
Tuttavia, se si guardano gli introvabili sulla base del numero assoluto di assunzioni previste questi sono invece camerieri, cuochi, conduttori di mezzi pesanti e camion, commessi, tecnici della vendita e della distribuzione, a conferma del fatto che e le valutazioni sul mismatch cambiano a seconda della vista.

Ora, se per i progettisti di software, i tecnici programmatori e altre figure altamente qualificate il problema sembrerebbe risiedere nella scuola (vd. sotto), per i “camerieri, cuochi, conduttori di mezzi pesanti” e simili la questione può essere di altra natura. E con ciò si arriva al secondo Elefante.

Secondo elefante nella stanza: le tasse e la burocrazia

Sono solo dei neo-piagnoni gli imprenditori italiani, quando si lamentano di tasse e burocrazia? A guardare i numeri e le classifiche internazionali, in realtà parrebbe che qualche ragione l’abbiano.
Che quella italiana sia una delle pressioni fiscali più alte al mondo non è un’opinione soggettiva. Siamo sesti contando solo quella nominale, ma secondo diversi osservatori questo dato sarebbe falsato (al ribasso) dal fatto che (ormai anche a livello europeo) nel computo del PIL viene conteggiata anche l’economia sommersa.
Vero è che, di per sé, il fatto di avere una pressione fiscale a quelle percentuali non blocca necessariamente la crescita (prova ne sia il fatto che i cinque Paesi che ci precedono in quella classifica crescono più di noi); è ovviamente la qualità della spesa pubblica il problema, cioè il come vengono spesi i soldi delle tasse. E qui, fra carrozzoni di Stato tenuti in piedi pur essendo decotti, clientelismo e prodezze varie come quella descritta sopra (Navigator), peraltro follemente “compensate” da tagli a quella spesa pubblica che invece sarebbe utile (ricerca & sviluppo, scuola, sanità) si arriva al disastro.

Quanto poi alla burocrazia, basti consultare la classifica mondiale per la libertà economica: ci troviamo al momento in 68esima posizione, nel novero dei Paesi considerati “Moderately Unfree”, davanti alla Giordania e dietro le isole Barbados.
Vogliamo davvero pensare che tutto ciò sia ininfluente?

Terzo elefante nella stanza: la scarsa alfabetizzazione

Dulcis in fundo, l’elefante più grosso di tutti: il fatto che certi lavori (dal food delivery a quelli stagionali), che in un’economia sana sarebbero prevalentemente appannaggio di teenager e studenti universitari, da noi sono spesso fonti di reddito per gente adulta e magari anche un po’ in là con gli anni, e che con questi lavori vorrebbe pure mantenerci una famiglia.

Come si è arrivati a questa situazione?
Intanto, rinunciando ad avere un’istruzione decente. L’abbandono scolastico in Italia è tre punti percentuali più alto rispetto alla media europea; un lavoratore su 3 ha solo la licenza media come titolo di studio, mentre siamo tra gli ultimi per percentuale di laureati. Tra questi ultimi i livelli di occupazione sono storicamente più alti, sebbene l’automatismo laurea = posto assicurato non sia più valido (ammesso che lo sia mai stato).
Ma anche chi a scuola ci va, e ci va fino alla fine (diciamo pure all’Università), ottiene oggi un livello di istruzione che non è neanche lontanamente paragonabile a quello di qualche decennio fa, come si accennava anche qui.

In conclusione, ridurre la disoccupazione è una di quelle sfide che richiederebbero riforme lunghe e complesse: della scuola, del fisco, della burocrazia, e perché no, magari anche degli ammortizzatori sociali. Senonché, tutto ciò andrebbe verosimilmente a intaccare rendite di posizione cristallizzate da decenni, e ciò rende tutto molto improbabile.
Forse perfino per Draghi.