Sembra un secolo, ma è passato meno di un anno da quando alcuni politici olandesi, tra cui il Premier Rutte, storcevano il naso davanti all’ipotesi di riversare miliardi sull’Italia.

Allora l’oggetto delle critiche olandesi era Quota100, considerata un esempio preclaro di come i politici italiani siano soliti comprarsi i voti su scala nazionale e col portafoglio delle generazioni future. Naturalmente, di fronte a tale infamante accusa, la libera e orgogliona stampa nazionale ebbe il consueto moto d’orgoglio patriottico, e si mise a titolare contro i “Paesi frugali”: il principale giornale italiano spiegava che essi hanno un’agenda che

prevede una sorta di lotta di classe contro il ceto dei Paesi più grandi, verso i quali serbano sospetto, rancore e a volte venature di disprezzo.

A meno d’un anno di distanza, verrebbe spontaneo chiedersi in che modo questo esercito di nani rancorosi potrebbe commentare le ultime notizie che giungono dal Bel Paese, regno d”o sole e ‘o mare.
La più tragicomica di tali notizie riguarda la città del sole e del mare per antonomasia, ossia Napoli: il possibile candidato sindaco del centrosinistra, Gaetano Manfredi (già Ministro nel governo Conte 2 – la discontinuità) ha scoperto che il capoluogo campano sarebbe sull’orlo del default, a causa di un debito che ormai ammonta a 2,7 miliardi di euro, accumulato in un decennio di gestione parecchio “allegra” delle finanze pubbliche.

Per avere un’idea di come le giunte De Magistris hanno gestito le finanze partenopee si può leggere questo articolo di Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista: si evice che la formula magica per creare debito è sempre la stessa, ossia coprire uscite certe con entrate (im)probabili.

Nei piani comunali si dichiarano entrate derivanti dalla vendita di cespiti del patrimonio per più di un miliardo di euro. Alla fine, però, il valore degli immobili venduti non ha superato il due per cento del totale in otto anni (…)”. E le multe? Nei bilanci degli ultimi anni il Comune ha previsto la riscossione di circa 450 milioni di euro. La previsione si è concretizzata? No, tanto che le statistiche rivelano come Napoli sia in grado di riscuotere meno del 20 per cento di quanto autisti e centauri indisciplinati dovrebbero pagare

Altre scelte arzille Saggese le ha menzionate in quest’altro articolo, sempre su Il Riformista:

(…) la cattiva, anzi, la non gestione delle partecipate. Il sindaco le ha usate come serbatoio elettorale e avrebbe dovuto, invece, metterle in sicurezza o in liquidazione.

Perché è importante sapere tutto ciò? Per varie ragioni.

La prima è che, con buona approssimazione, si potrebbe affermare che ciò che De Magistris ha fatto a Napoli negli ultimi 10 anni non è che una riproposizione in piccola scala di quello che è stato fatto a livello nazionale negli anni ’70 e ’80, con l’identico risultato di far esplodere il debito pubblico; pensionamenti facili con sistemi retributivi, accanimento terapeutico su aziende di Stato decotte e fallite, massicce assunzioni clientelari nel pubblico impiego e via dicendo.

Identica, poi, è anche la proposta di risoluzione del problema: “stralciamo il debito”. De Magistris lo ha “fatto davvero” (o, per meglio dire, ne è convinto): con una delibera comunale ha deciso che il debito storico di Napoli in cinque ambiti (sottosuolo, rischio idrogeologico, post terremoto, emergenza rifiuti e Bagnoli) se lo deve accollare lo Stato centrale, perché frutto di commissariamenti che hanno prodotto “spese e contenziosi che, per la stragrande parte, sono ricaduti interamente sulla città di Napoli e i suoi bilanci”. E siccome i commissari sono “soggetti non eletti dalla popolazione”, e che rispondono solo al Governo centrale, la conclusione è appunto che a pagare deve essere Pantalone.
Ovviamente il primo cittadino non è neanche sfiorato dal pensiero che, quando si arriva ad un commissariamento, in genere è perché i precedenti amministratori – quelli “eletti dalla popolazione”- hanno combinato disastri.

Tuttavia, De Magistris sembra quantomeno consapevole che “qualcuno” quel debito dovrà pagarlo; c’è però nel nostro Paese un’area di pensiero (capeggiata dall’economista Marco Bersani) che pare realmente convinta che i debiti si possano non pagare sic et simpliciter, in quanto “odiosi” e “immorali”.

Naturalmente l’affermazione che “i debiti si possono anche non pagare”, di per sé, è veritiera; ciò che pare sfuggire ai più sono le conseguenze del dichiarare default (questo significa rifiutarsi di pagare i debiti). Ovunque ci sia un debitore, dall’altra parte ci sarà un creditore; i soldi che il primo non restituisce sono semplicemente mancati introiti del secondo.
Il fatto è che il creditore medio, nell’immaginario collettivo italico, ha l’aspetto di un avido e spietato strozzino, magari già ricco sfondato e che non esiterebbe a mandare in mezzo a una strada famiglie intere pur di comprarsi la terza Maserati; mentre il debitore medio è un onesto padre di famiglia, che se ha contratto qualche debito è giusto per poter mettere un tozzo di pane alla parca mensa domestica.
La realtà, manco a dirlo, è parecchio lontana, soprattutto quando il debitore è lo Stato, e in particolare gli enti locali. I creditori possono essere (e spesso sono) piccole imprese, chiamate dalle amministrazioni a svolgere lavori per cui aspettano ancora di essere pagate. Rifiutarsi di pagare i debiti significa dire a costoro che non vedranno mai i soldi loro spettanti, e su cui magari contavano per investimenti ulteriori o per pagare un mutuo.

Ora, però, la pioggia di miliardi in arrivo dall’UE viene vista da alcuni come panacea di tutti i mali, e c’è già chi sogna di poterla usare per coprire i debiti degli enti locali (sì, perché nella stessa situazione di Napoli ci stanno molti altri comuni, molti dei quali curiosamente ubicati nella parte meridionale dello Bel Paese).

Resta da vedere cosa farà il Governo Draghi di fronte a queste situazioni. Varerà i consueti decreti “salva-[INSERIRE_NOME_CITTÀ]”, come hanno fatto molti altri prima di lui, incluso il suo immediato predecessore quando in crisi c’era la Capitale?
Possibile, se non proprio probabile. Ma, se ciò dovesse accadere, la libera stampa italica potrebbe, almeno una volta, ipotizzre che gli stronzi non siano i c.d. “Paesi frugali”? Ecco, questo sì che è improbabile.