​Ultimamente in Italia si è tornati a dibattere – a livello qualitativamente infimo, come di consueto nonché per la maggior parte degli argomenti – di politicamente corretto, di satira e di libertà di espressione. Tutto è nato da un monologo di due comici, tali Pio e Amedeo (di cui francamente ignoravo l’esistenza fino alla settimana scorsa), che, in chiusura di un loro spettacolo su Mediaset, si sono sfogati contro il politicamente corretto, lamentandosi del fatto che, al giorno d’oggi, non si può più neanche dire “negro” e “frocio” in televisione.

Com’era facilmente prevedibile, questa uscita ha provocato travasi di bile e d’indignazione nei principali house organ della galassia “progressista”. Un mondo intrigante, che – almeno online – da qualche annetto si individua facilmente grazie ad alcuni instrumenta, tra cui l’hashtag #facciamorete su Twitter e, soprattutto, il sito The Vision. Su cui, manco a dirlo, da tempo fioccano fior di articoli sul tema della satira: se volete scoprire quando, come e con quanti decibel è eticamente giusto ridere potete consultare questo articolo, quest’altro o – da ultimo – questo.

L’argomentazione fondamentale che emerge da questo ambiente è che sia giusto “scoraggiare” l’utilizzo di certe parole perché, spesso, quelle parole sono il preludio a pestaggi, persecuzioni varie e talvolta addirittura omicidi.

Trovo che questo tipo di ragionamento non stia in piedi né sul piano logico né tanto meno legale.

In primis, nell’ordinamento italiano è già previsto il reato di istigazione all’odio: sta all’articolo 604 bis del codice penale, e punisce chi

propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi

e inoltre

chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Come si può vedere, per incorrere in questo reato occorre istigare attivamente il pubblico a commettere atti concreti contro qualcuno. La semplice pronuncia di determinate parole – per quanto offensive possano risultare – non è ovviamente considerata un reato.
Non solo: esisteva, fino al 2016, il reato penale di ingiuria, ma nel suddetto anno ne fu decisa la depenalizzazione: oggi ingiuriare qualcuno non è ovviamente consentito, ma si tratta di un illecito civile, non più penale.

La ratio di tutto ciò è evidente. Sarebbe deleterio se passasse il principio che le azioni di qualcuno possano essere state “istigate” da qualcun altro anche con la semplice pronuncia di alcune frasi o parole isolate: se il principio fosse questo, si arriverebbe presto a sospendere il diritto di critica verso un qualunque Governo o VIP in generale, dato che qualche mente labile potrebbe compiere insani gesti perché “istigato” da quelle critiche.
E questa non è una situazione meramente teorica. Al contrario, è esattamente ciò che accadde nel 2009, quanto un signore con accertati disturbi psichici – Massimo Tartaglia – scagliò una statuetta del duomo di Milano in faccia all’allora Premier Silvio Berlusconi, ferendolo gravemente. Fu detto allora dal coro dei giornalisti – sia quelli direttamente sul libro paga di Silvio, sia quelli svolgenti analoga funzione ma stipendiati dal denaro pubblico di Mamma Rai – che esistevano dei mandanti morali per quel gesto, e rispondevano ai nomi di Michele Santoro, Marco Travaglio e Vauro Senesi, all’epoca protagonisti nel talk show AnnoZero, condotto dallo stesso Santoro. Enormi sforzi furono profusi per far chiudere quella trasmissione, nonostante fosse tra le più seguite e redditizie dell’intera TV di Stato; sforzi che infine ebbero successo, dato che il programma fu effettivamente chiuso nel 2011.

È lecita la satira con gli stereotipi? O è buona solo quella contro di essi?

Un altro dogma di fede dei seguaci della satira politicamente corretta riguarda il rapporto con gli stereotipi e i luoghi comuni: il vero satirico sarebbe colui (pardon, colui o colei) che li demolisce, non certo chi li cavalca.

Anche in questo caso, mi pare che si faccia confusione tra la satira e la politica. Inaccettabile sarebbe fare leggi in base agli stereotipi, ad esempio imponendo a chi è di etnia Rom di mandare i figli in scuole diverse e separate da quelle degli altri bambini, e giustificare tutto ciò dicendo che è risaputo che costoro rubano. Questi scenari sono tuttavia impossibili grazie alle Costituzioni e alle convenzioni internazionali, oltre che al tanto vituperato liberalismo.
Ma se con gli stereotipi ci si limita a far satira, francamente non vedo il problema. Non capisco, ad esempio, il perché di tutta l’indignazione esplosa dopo che Michelle Hunziker e Gerry Scotti hanno fatto il gesto degli occhi a mandorla e imitato la pronuncia delle consonanti liquide in una puntata di Striscia la Notizia. Si tratta di caratteristiche fisiche, oggettivamente riscontrabili e – cosa più importante – prive di implicazioni etico-morali.
In una parola, si sarebbero offesi per qualcosa che non è neanche definibile come satira, dato che manca appunto la componente di critica sociale o politica verso il bersaglio; la gag di Scotti e Hunziker non è nulla di diverso dalle imitazioni di La Russa fatte per anni da Fiorello.
Assai più interessante – ma francamente impossibile da aspettarsi da una trasmissione come Striscia – sarebbe stato se i due conduttori avessero fatto una battuta tipo quella del video qua sotto, tratta da una puntata de I Griffin (programma anch’esso trasmesso da Mediaset, e che di scene come quella qua sotto ne sforna in quantità industriale; solo che, curiosamente, su I Griffin nessuno in Italia ha mai sollevato polveroni analoghi a quello nato dopo la suddetta puntata di Striscia).

Gli stereotipi non nascono dal nulla. Hanno il problema di essere generalizzazioni, ed è fondamentale assicurarsi che in base ad esse non vengano discriminati singoli individui. Ma non si può pretendere che certi comportamenti, assai diffusi tra una popolazione, vengano improvvisamente ignorati ed esclusi da chi fa satira. Gli indignati per gli occhi a mandorla di Scotti e Hunziker avrebbero espresso uguale sdegno se fosse stata fatta una battuta sui gioiellieri che evadono il fisco?
Oltretutto, gli stereotipi non sono neanche così eterni e immutabili come si suole credere. Oggi nessuno raffigurerebbe il cittadino russo medio con il colbacco e la falce e il martello, o il cinese come povero in canna.
Se noi italiani continuiamo ad essere dipinti come sguaiati spacconi, gesticolatori folli e ossessionati dal cibo, nonché ovviamente come mafiosi, purtroppo c’è un motivo.

Si può far satira sulle minoranze?

Infine, l’ultimo grande dogma riguarda la satira sulle minoranze. Che sarebbe una contraddizione di termini, secondo questi teorizzatori del galateo del buon riso: la vera satira – spiegano costoro – è quella che prende di mira i potenti, non certo chi è già oppresso e discriminato.

Ora, onestamente anch’io apprezzo molto di più chi prende di mira dittatori, politici di grosso calibro e, se possibile, gente ancor più potente dei politici. Non per nulla considero South Park il punto più alto raggiunto dall’ars satirica nell’umana storia: la creatura di Trey Parker e Matt Stone, da quando fu partorita nel 1995, ha irriso senza pietà non solo i più potenti capi di Stato mondiali, ma anche le religioni (tra cui il cristianesimo, l’islam, Scientology), e forse i più potenti di tutti in assoluto: le grandi aziende del tech, da Apple ad Amazon, passando per Facebook (da questo elenco ho escluso le divinità stesse – da Dio a Gesù, passando per Satana e Allah – in quanto volevo limitarmi a persone realmente esistenti).
Eppure, nel mondo di South Park le minoranze non sono affatto risparmiate. Vengono selvaggiamente irrisi i gay, e con battute che qui in Italia provocherebbero roghi in piazza di videocassette (“Mi sta dicendo che non sono una vera donna, ma solo un gay col pisello tagliato?!” chiede il Sig. Garrison al chirurgo, dopo che costui gli aveva spiegato il motivo per cui non stava avendo il ciclo, nonostante l’operazione di cambio di sesso fosse riuscita. E il chirurgo, semplicemente, risponde “In poche parole sì”). I messicani vengono raffigurati come pigri, l’unico bambino italiano gestisce un racket (quello dei proventi della fata dei dentini), e cinesi e giapponesi sono quintessenze di stereotipi dei rispettivi paesi.

Non c’è nulla di male né di contraddittorio in tutto ciò. Ironizzare su stranezze e bizzarrie delle minoranze non significa plaudere alla loro discriminazione. Parker e Stone sono entrambi sostenitori del Libertarian Party, cioè di un’ideologia che più di ogni altra riconosce il sacrosanto diritto di ciascuno a vivere la propria vita come meglio crede, avendo come unico limite la libertà altrui.

P.S.

Difficile non menzionare l’ultima grande perla sfornata in quel di South Park: i PC, cioè proprio i “politicamente corretti”. Raffigurati come orde di palestrati attaccabrighe, dediti a imporre l’uso di espressioni politicamente corrette anche – se serve – a suon di cazzotti e craniate sul setto nasale.