Oltre ai rapporti all’interno delle singole collettività organizzate, le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) hanno plasmato le relazioni diplomatiche; gruppi e movimenti trans-nazionali, espressioni di consenso e dissenso attraverso le reti sociali, dove i fenomeni di polarizzazione sono più facili da innescare e di più ardua gestione: se le cariche elettive costruiscono la loro immagine anche in base alle molteplici manifestazioni delle opinioni pubbliche digitali, la diplomazia segreta appare più esposta alle azioni di chi, non rifiutando la Rete, cerca ancora di porre l’accento sulle sue potenzialità in termini di accesso universale alle conoscenze

eDiplomacy e fughe di notizie

Mentre in Italia le commissioni Lavoro e Affari sociali della Camera hanno avviato il dibattito per l’aggiornamento della normativa sul lavoro agile, l’unico paese ad aver affrontato in modo sistematico la questione della diplomazia digitale restano, ad oggi, gli Stati Uniti (USA), dove il Dipartimento di Stato ha istituito dal 2002 l’Ufficio per la Diplomazia elettronica, la cosiddetta eDiplomacy. Lo stesso paese, dunque, che negli anni ‘90 del secolo scorso, sicuro della propria egemonia globale, ha diffuso Internet su scala globale, e che ora si presenta come unico custode dei cavi in fibra ottica che corrono sui fondali di mari e oceani (oltre un milione di kilometri), anche se non ne possiede che poco più del 50%. Fatti come l’istituzionalizzazione della eDiplomacy e, nel decennio successivo, le rivelazioni di Julian Assange, Chelsea Manning ed Edward Snowden lasciano intendere che la globalizzazione di fine XX secolo ha lanciato nel cyberspazio transnazionale anche questo delicato settore, tradizionalmente legato ai rapporti tra Stati in varia misura sovrani. Un dominio fatto di accordi, trattati, ma soprattutto di operazioni segrete e di retroscena che, quando vengono alla luce, possono avere effetti deleteri sulla tenuta degli equilibri stabiliti. Ne è una dimostrazione la reazione di sdegno dell’allora segretario di Stato democratico Hillary Clinton alla diffusione di documenti confidenziali della diplomazia USA da parte di Wikileaks, da lei definito “un attacco non solo contro la comunità internazionale, le alleanze e i partenariati, i colloqui e i negoziati, che salvaguardano la sicurezza globale e accrescono la prosperità economica”. In altri termini, una minaccia all’ordine mondiale per come si è delineato a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso.

Dalla globalizzazione territoriale alla globalizzazione digitale

Anche perché, la trasformazione della società di massa fisica (fondata sul processo di produzione e commercializzazione di beni) in una società di massa digitale (in cui il prodotto fondamentale è l’utente stesso) ha ampliato il campo di manifestazione delle dinamiche che strutturano o che esplicitano i rapporti e gli equilibri di forze. Ad esempio, il 1 febbraio scorso il Kosovo ha stabilito relazioni diplomatiche con Israele, che è diventato il 117esimo paese a riconoscerne l’indipendenza: Priština ha annunciato l’apertura della sua ambasciata a Gerusalemme (terzo paese dopo USA e Guatemala) e l’inserimento del partito libanese sciita Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche. “Oggi noi scriviamo la Storia, stabiliamo relazioni diplomatiche tra Israele e il Kosovo. È la prima volta nella Storia che delle relazioni diplomatiche siano stabilite attraverso Zoom”, ha commentato il ministro degli Esteri israeliano Gabi Ashkenazi dopo l’incontro. Le TIC, quindi, aumentano almeno potenzialmente i canali di comunicazione, di negoziato e di dialogo e sono diventate anch’esse teatro e strumento degli aspiranti attori della storia. A proposito di Kosovo, i Balcani sono stati, assieme all’Algeria e alla Cecenia, una delle prime regioni a sperimentare il “nuovo jihad”, come lo definì Abou Abd al-Aziz “Barbaros”, un ex combattente in Afghanistan (contro l’esercito sovietico), che successivamente prese parte alla guerra in Bosnia con migliaia di “mujahedin”. La Rete, dunque, nata come strumento di comunicazione dell Dipartimento della Difesa statunitense e diffusa nel mondo come il principale mezzo di diffusione del modello sociale proprio della potenza egemone, è divenuta, contestualmente, mezzo di comunicazione e di organizzazione di gruppi che gli stessi USA hanno additato come nemici. Dopo averli, peraltro, sostenuti nel conflitto afghano-sovietico.

“Il potere è dappertutto”

In altri termini, Internet è uno dei terreni di scontro tra potenze rivali, sia nella comunicazione diretta attraverso reti sociali e altri canali digitali, sia nelle operazioni di spionaggio, che includono il sostegno a gruppi e individui nella loro lotta contro le autorità dei paesi in cui vivono. Più in generale, in quanto sistemi di comunicazione di massa, le reti sociali hanno modificato radicalmente la sfera delle relazioni umane e la loro percezione da parte degli individui. Nello specifico, hanno trasformato i modi della comunicazione tanto all’interno dei singoli paesi, quanto a livello globale. In tal senso, l’affermazione del filosofo Michel Foucault “il potere è dappertutto” ha anticipato uno degli elementi cardine dell’attuale società di massa digitale. Infatti, l’utente medio è potenzialmente in grado di pubblicare contenuti sulla Rete, tanto più dopo la diffusione massiccia delle reti sociali, al pari di un capo di Stato o di un organo di informazione, apparentemente senza alcuna censura preliminare. A tal proposito, la chiusura dell’account dell’ex presidente USA Donald Trump da parte di Twitter e la sospensione del suo profilo da parte di Facebook lasciano intendere che non esistano meccanismi di controllo dei contenuti prima che questi ultimi vengano pubblicati, ma che si può soltanto intervenire in seguito, quando potrebbero avere orma raggiunto milioni di persone, o meglio, di utenti. Inoltre, mostrano come a censurare i contenuti non sia più solo l’autorità statale, di fronte alla quale il cittadino di un qualunque Stato di diritto può (in linea di principio) impugnare la propria costituzione, ma delle multinazionali che rispondono a interessi privati. Nella fattispecie, Facebook e Twitter, che hanno motivato le loro decisioni con la necessità di non aumentare le tensioni dopo l’assalto a Capitol Hill degli inizi di gennaio, come avrebbe fatto un qualsiasi organismo governativo.

Tra beffa e verità

Certo, se sono le autorità (statali) a impedire l’accesso a tutta o a parte della Rete per pubblicare, il fatto susciterà reazioni di indignazione, in quanto violazione delle libertà fondamentali, ma quando lo fa una multinazionale, è come se lo facesse il “Mercato”. Nessuno scandalo, perché rientra nei meccanismi ordinari dell’attuale modello socio-economico: ciò che il mercato rifiuta, non è funzionale, quindi è “naturalmente” escluso. A questo principio risponde, dunque, anche la stessa diplomazia digitale. Non solo perché il cyberspazio offre un ulteriore e più visibile campo di battaglia tra forze rivali, ma anche perché, travolti dall’effetto ridondanza della pletora di “stimoli” che si trovano, si diffondono e rimbalzano attraverso Internet, soprattutto dall’avvento delle reti sociali, la caccia alle visualizzazioni si riduce, il più delle volte, a un innalzamento dell’aggressività, fino al parossismo. Oppure alla ricerca della “bufala” più eclatante o potenzialmente più “condivisibile”, non in virtù degli argomenti che la sostengono, ma in quanto ri-pubblicabile, ossia suscettibile di diventare “virale”. Come la teoria cospirazionista QAnon, cui Wu Ming I ha dedicato un saggio uscito lo scorso marzo, La Q di Qomplotto. Il capitolo settimo è dedicato all’ipotesi che questa teoria sia frutto di una beffa ispirata al romanzo Q di Luther Blisset e che, benché alcuni suoi adepti siano sinceri, sia spesso alimentata da chi porta avanti le discussioni, “per fomentare i creduloni, far girare materiale oltraggioso, provocare i liberal, gettare esche ai giornalisti, far cadere in trappola i media”. Una delle idee cardine del saggio, d’altronde, è la ripresa e il riuso, da parte di chi contribuisce a divulgare simili teorie attraverso la Rete, delle strategie utilizzate dalle avanguardie artistiche e culturali del XX secolo per de-crostruire la Verità assoluta imposta dalle autorità.

Nel calderone digitale

Nella livella digitale, infatti, tutto viene assorbito dal “mainstream” e uno stesso flusso finisce per investire organizzazioni non governative che portano avanti battaglie “tradizionali”, media di regime e associazioni come CANVAS (fondata dagli ideatori del movimento serbo Otpor!) specializzate in “cambiamenti di regime chiavi in mano”, come li definisce Le Monde Diplomatique. Tra i convitati del banchetto cibernetico, non mancano infine formazioni come al-Qaeda, che ha utilizzato e utilizza Internet per diffondere comunicati e rivendicazioni, reclutare miliziani e organizzare azioni terroristiche, a partire da quelle dell’11 settembre 2001. Grazie alle TIC, la globalizzazione del jihad si è quindi dispiegata di pari passo con quella socio-economica a guida statunitense, e con essa condivide la crescente esigenza di una visibilità sul Web. In questa evoluzione si possono individuare quattro fasi: nella prima, collocabile tra gli anni ‘90 e i primi anni Duemila, testi ideologico-dottrinali, comunicati e notizie dai vari fronti sono pubblicati sui “classici” siti Web; nella seconda, che copre il primo decennio di questo secolo, proliferano sulla Rete forum protetti, attraverso i quali quadri e militanti scambiano informazioni (su uno di questi, un rapporto pubblicato poco dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, riferiva di una fitta corrispondenza in prossimità degli attacchi); la terza, invece, investe i primi quattro anni del conflitto siriano (2011-2015), quando progressivamente le organizzazioni terroristiche di matrice islamica trasferiscono le proprie attività di propaganda e reclutamento sulle reti sociali, che consentono loro di raggiungere un pubblico più ampio e più giovane, anche grazie ad avanzate tecniche di video-comunicazione; la quarta fase, infine, è quella attuale, in cui, dopo la chiusura di molti profili di jihadisti sulle reti sociali, si assiste al trasferimento della quasi totalità delle attività su applicazioni criptate, salvo poi pubblicare rivendicazioni e comunicati d’effetto sulle piattaforme in cui si dispiegano le espressioni multiformi delle opinioni pubbliche digitali. Nell’ultimo decennio, quindi, i cartelli del jihad, se da un lato hanno aumentato il loro potenziale di diffusione, dall’altro sono entrati a far parte della galassia fluida del Web e delle applicazioni di messaggistica.

Visibilità e rapidità

Un universo, nel quale i “post” o i “tweet” di governi e forze di opposizione (attori tradizionali del dibattito pubblico) coesistono con quelli di capi mafiosi che esercitano il loro potere e costruiscono il mito del “gangster”, di video che rappresentano manifestazioni di violenza tanto gratuita quanto brutale, ma anche di gruppi che propalano teorie sulla forma piatta della Terra, o di formazioni della destra eversiva che diffondono teorie cospirazioniste. Il denominatore comune è costituito dalle dinamiche tipiche della Rete, in particolare due imperativi categorici: la visibilità, che impone la riduzione della discussione argomentata, in cui due opinioni si confrontano in modo dialogico, a una corsa all’iperbolizzazione e all’inasprimento dei toni; e la rapidità di lettura e di esecuzione, che costringe alla riduzione semplicistica del confronto di opinione, fino alla polarizzazione estrema. In tale quadro, tuttavia, gli estremi finiscono per equivalersi, perché nessuna idea si afferma in virtù del proprio potenziale intrinseco, ma solo se riesce a conquistare il maggior numero di visualizzazioni, o di “like”. Per questo i princìpi di marketing hanno finito per pervadere l’intero dominio delle transazioni sociali, dalla vendita di merci, ai mercati del lavoro fino agli scambi di opinione, riducendole a relazioni di potere. Il marketing entra nella formazione di una parte crescente delle nuove classi dirigenti degli Stati, quindi anche nelle relazioni diplomatiche. Tutti sotto la stessa Rete.