Masanielli d’Italia

Masanielli d’Italia

Sembra un secolo, ma è passato meno di un anno da quando alcuni politici olandesi, tra cui il Premier Rutte, storcevano il naso davanti all’ipotesi di riversare miliardi sull’Italia.

Allora l’oggetto delle critiche olandesi era Quota100, considerata un esempio preclaro di come i politici italiani siano soliti comprarsi i voti su scala nazionale e col portafoglio delle generazioni future. Naturalmente, di fronte a tale infamante accusa, la libera e orgogliona stampa nazionale ebbe il consueto moto d’orgoglio patriottico, e si mise a titolare contro i “Paesi frugali”: il principale giornale italiano spiegava che essi hanno un’agenda che

prevede una sorta di lotta di classe contro il ceto dei Paesi più grandi, verso i quali serbano sospetto, rancore e a volte venature di disprezzo.

A meno d’un anno di distanza, verrebbe spontaneo chiedersi in che modo questo esercito di nani rancorosi potrebbe commentare le ultime notizie che giungono dal Bel Paese, regno d”o sole e ‘o mare.
La più tragicomica di tali notizie riguarda la città del sole e del mare per antonomasia, ossia Napoli: il possibile candidato sindaco del centrosinistra, Gaetano Manfredi (già Ministro nel governo Conte 2 – la discontinuità) ha scoperto che il capoluogo campano sarebbe sull’orlo del default, a causa di un debito che ormai ammonta a 2,7 miliardi di euro, accumulato in un decennio di gestione parecchio “allegra” delle finanze pubbliche.

Per avere un’idea di come le giunte De Magistris hanno gestito le finanze partenopee si può leggere questo articolo di Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista: si evice che la formula magica per creare debito è sempre la stessa, ossia coprire uscite certe con entrate (im)probabili.

Nei piani comunali si dichiarano entrate derivanti dalla vendita di cespiti del patrimonio per più di un miliardo di euro. Alla fine, però, il valore degli immobili venduti non ha superato il due per cento del totale in otto anni (…)”. E le multe? Nei bilanci degli ultimi anni il Comune ha previsto la riscossione di circa 450 milioni di euro. La previsione si è concretizzata? No, tanto che le statistiche rivelano come Napoli sia in grado di riscuotere meno del 20 per cento di quanto autisti e centauri indisciplinati dovrebbero pagare

Altre scelte arzille Saggese le ha menzionate in quest’altro articolo, sempre su Il Riformista:

(…) la cattiva, anzi, la non gestione delle partecipate. Il sindaco le ha usate come serbatoio elettorale e avrebbe dovuto, invece, metterle in sicurezza o in liquidazione.

Perché è importante sapere tutto ciò? Per varie ragioni.

La prima è che, con buona approssimazione, si potrebbe affermare che ciò che De Magistris ha fatto a Napoli negli ultimi 10 anni non è che una riproposizione in piccola scala di quello che è stato fatto a livello nazionale negli anni ’70 e ’80, con l’identico risultato di far esplodere il debito pubblico; pensionamenti facili con sistemi retributivi, accanimento terapeutico su aziende di Stato decotte e fallite, massicce assunzioni clientelari nel pubblico impiego e via dicendo.

Identica, poi, è anche la proposta di risoluzione del problema: “stralciamo il debito”. De Magistris lo ha “fatto davvero” (o, per meglio dire, ne è convinto): con una delibera comunale ha deciso che il debito storico di Napoli in cinque ambiti (sottosuolo, rischio idrogeologico, post terremoto, emergenza rifiuti e Bagnoli) se lo deve accollare lo Stato centrale, perché frutto di commissariamenti che hanno prodotto “spese e contenziosi che, per la stragrande parte, sono ricaduti interamente sulla città di Napoli e i suoi bilanci”. E siccome i commissari sono “soggetti non eletti dalla popolazione”, e che rispondono solo al Governo centrale, la conclusione è appunto che a pagare deve essere Pantalone.
Ovviamente il primo cittadino non è neanche sfiorato dal pensiero che, quando si arriva ad un commissariamento, in genere è perché i precedenti amministratori – quelli “eletti dalla popolazione”- hanno combinato disastri.

Tuttavia, De Magistris sembra quantomeno consapevole che “qualcuno” quel debito dovrà pagarlo; c’è però nel nostro Paese un’area di pensiero (capeggiata dall’economista Marco Bersani) che pare realmente convinta che i debiti si possano non pagare sic et simpliciter, in quanto “odiosi” e “immorali”.

Naturalmente l’affermazione che “i debiti si possono anche non pagare”, di per sé, è veritiera; ciò che pare sfuggire ai più sono le conseguenze del dichiarare default (questo significa rifiutarsi di pagare i debiti). Ovunque ci sia un debitore, dall’altra parte ci sarà un creditore; i soldi che il primo non restituisce sono semplicemente mancati introiti del secondo.
Il fatto è che il creditore medio, nell’immaginario collettivo italico, ha l’aspetto di un avido e spietato strozzino, magari già ricco sfondato e che non esiterebbe a mandare in mezzo a una strada famiglie intere pur di comprarsi la terza Maserati; mentre il debitore medio è un onesto padre di famiglia, che se ha contratto qualche debito è giusto per poter mettere un tozzo di pane alla parca mensa domestica.
La realtà, manco a dirlo, è parecchio lontana, soprattutto quando il debitore è lo Stato, e in particolare gli enti locali. I creditori possono essere (e spesso sono) piccole imprese, chiamate dalle amministrazioni a svolgere lavori per cui aspettano ancora di essere pagate. Rifiutarsi di pagare i debiti significa dire a costoro che non vedranno mai i soldi loro spettanti, e su cui magari contavano per investimenti ulteriori o per pagare un mutuo.

Ora, però, la pioggia di miliardi in arrivo dall’UE viene vista da alcuni come panacea di tutti i mali, e c’è già chi sogna di poterla usare per coprire i debiti degli enti locali (sì, perché nella stessa situazione di Napoli ci stanno molti altri comuni, molti dei quali curiosamente ubicati nella parte meridionale dello Bel Paese).

Resta da vedere cosa farà il Governo Draghi di fronte a queste situazioni. Varerà i consueti decreti “salva-[INSERIRE_NOME_CITTÀ]”, come hanno fatto molti altri prima di lui, incluso il suo immediato predecessore quando in crisi c’era la Capitale?
Possibile, se non proprio probabile. Ma, se ciò dovesse accadere, la libera stampa italica potrebbe, almeno una volta, ipotizzre che gli stronzi non siano i c.d. “Paesi frugali”? Ecco, questo sì che è improbabile.

I leader europei cauti di fronte alla proposta di Biden di sospendere i brevetti dei vaccini

I leader europei cauti di fronte alla proposta di Biden di sospendere i brevetti dei vaccini

La proposta di Biden di sospendere i brevetti ai vaccini ha entusiasmato alcuni importanti leader dell’Unione Europea. Ma solo per un giorno. in particolare Il premier francese Macron e il primo ministro italiano Draghi hanno prima applaudito la proposta del presidente americano, ma hanno pronunciato parole più prudenti dopo il social summit di Oporto. La Merkel invece si è opposta sin da subito, ma non è detto che la sua posizione sia irremovibile. A settembre in Germania si terranno le elezioni, e il tema della liberalizzazione dei brevetti dei vaccini avrà sicuramente un peso nel dibattito pubblico tedesco. Il partito della cancelliera tedesca è in svantaggio rispetto ai verdi, che i sondaggi rilevano in testa con il 28% dei sondaggi. Se la maggioranza dell’opinione pubblica tedesca appoggerà la proposta di Biden la posizione della Merkel sull’argomento potrebbe cambiare.

La Merkel intanto è riuscita a mantenere l’Unione Europea su posizioni moderate rispetto al tema della liberalizzazione dei brevetti dei vaccini. Una questione sulla quale si dibatte sin da ottobre, quando l’India e il Sudafrica, appoggiati da circa 100 paesi in via di sviluppo, che non hanno le stesse possibilità di accesso ai vaccini rispetto ai paesi più ricchi, hanno chiesto la moratoria sui brevetti. Le campagne vaccinali dei paesi africani e di molti paesi asiatici sono molto indietro rispetto a quelle europee e nordamericane. Negli Stati Uniti il 34% della popolazione ha ricevuto entrambe le dosi del vaccino. Un dato che assume un valore più basso in Europa, dove nella maggior parte delle nazioni le persone che hanno completato il ciclo vaccinale superano di poco il 10% della popolazione. In Asia e in Africa invece sono molti i paesi in cui meno del 2% della popolazione ha ricevuto tutte le dosi del vaccino. A marzo il Wto ha bocciato la richiesta di sospensione dei brevetti dei vaccini. In quell’occasione gli Usa erano tra i paesi contrari. La dichiarazione di Biden ha cambiato la posizione del paese più ricco e influente del mondo. A giugno è prevista la discussione al consiglio generale del Wto.

Le ragioni della frenata sulla sospensione dei brevetti dei vaccini

Alla base dei dubbi mostrati da alcuni leader europei alla sospensione del brevetto ci sono ufficialmente delle ragioni di carattere tecnico. Draghi  a Oporto ha spiegato che: “La posizione di Biden deve ancora essere capita nella sua completezza. Ma credo che venga da una constatazione: ci sono milioni di persone che non hanno accesso ai vaccini o per mancanza di distribuzione o per mancanza di denaro che stanno morendo. Ci sono le grandi case farmaceutiche che producono questi vaccini che hanno avuto delle sovvenzioni governative imponenti. Quindi si potrebbe spiegare semplicemente dicendo che ci si aspetta qualcosa in cambio da queste case farmaceutiche. Peraltro un’applicazione temporanea, circoscritta non dovrebbe costituire un disincentivo alla produzione. Però se si va al di là di questo si vede che la questione è molto più complessa”. Il primo ministro italiano ha spiegato che:”La produzione dei vaccini è molto complessa. Richiede tecnologia, specializzazione. Organizzazione. Secondo la produzione deve essere sicura. La liberalizzazione dei brevetti non garantisce questa sicurezza.

Prima di arrivare alla liberalizzazione dei vaccini bisognerebbe fare cose molto più semplici come rimuovere il blocco delle esportazioni che oggi gli Stati Uniti e il Regno Unito continuano a mantenere. L’Unione Europea esporta tanto quanto ha dato ai suoi cittadini. il 50% della sua produzione è andato a mercati come Il Regno Unito e Gli Stati Uniti che hanno il blocco delle esportazioni. La seconda è accelerare la produzione attraverso il trasferimento tecnologico, l’individuazione di nuovi siti. Noi stiamo facendo tutto questo. Questo va fatto nei paesi verso i paesi i cui abitanti stanno morendo perché non hanno accesso ai vaccini e non hanno denaro. Ci sono vari programmi per esempio il Covax di aiuto a questi paesi, ma sono ad un livello insufficiente”.

Molto simile la posizione di Macron, che dopo aver plaudito Biden per la richiesta di sospensione dei brevetti dei vaccini, ha usato parole più caute, evidenziando la necessità di produrre più vaccini e di togliere il blocco delle esportazioni:”Oggi gli Stati Uniti hanno esportato il 5% di quello che hanno prodotto, per fornire qualche dose a Canada e Messico. Bisogna che esportino di più. Questa è la prima risposta”. Ma non ha chiuso alla proposta di Biden:”Il fatto di liberalizzare la proprietà intellettuale e i suoi costi per i paesi a basso reddito non crea un ostacolo alla produzione nelle nostre economie, né comporta rischi di delocalizzazione. Permette di produrre più velocemente e aumentare l’accessibilità”.

Le porte alla sospensione dei brevetti sui vaccini non sembrano essere quindi definitivamente chiuse. Se gli Stati uniti dovessero seguire le indicazioni dell’Unione Europea, il dialogo per arrivare alla sospensione dei vaccini potrebbe continuare.

Marco Orlando

Potevamo rimanere offesi.  Sulla libertà di satira e il delirio.

Potevamo rimanere offesi. Sulla libertà di satira e il delirio.

​Ultimamente in Italia si è tornati a dibattere – a livello qualitativamente infimo, come di consueto nonché per la maggior parte degli argomenti – di politicamente corretto, di satira e di libertà di espressione. Tutto è nato da un monologo di due comici, tali Pio e Amedeo (di cui francamente ignoravo l’esistenza fino alla settimana scorsa), che, in chiusura di un loro spettacolo su Mediaset, si sono sfogati contro il politicamente corretto, lamentandosi del fatto che, al giorno d’oggi, non si può più neanche dire “negro” e “frocio” in televisione.

Com’era facilmente prevedibile, questa uscita ha provocato travasi di bile e d’indignazione nei principali house organ della galassia “progressista”. Un mondo intrigante, che – almeno online – da qualche annetto si individua facilmente grazie ad alcuni instrumenta, tra cui l’hashtag #facciamorete su Twitter e, soprattutto, il sito The Vision. Su cui, manco a dirlo, da tempo fioccano fior di articoli sul tema della satira: se volete scoprire quando, come e con quanti decibel è eticamente giusto ridere potete consultare questo articolo, quest’altro o – da ultimo – questo.

L’argomentazione fondamentale che emerge da questo ambiente è che sia giusto “scoraggiare” l’utilizzo di certe parole perché, spesso, quelle parole sono il preludio a pestaggi, persecuzioni varie e talvolta addirittura omicidi.

Trovo che questo tipo di ragionamento non stia in piedi né sul piano logico né tanto meno legale.

In primis, nell’ordinamento italiano è già previsto il reato di istigazione all’odio: sta all’articolo 604 bis del codice penale, e punisce chi

propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi

e inoltre

chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Come si può vedere, per incorrere in questo reato occorre istigare attivamente il pubblico a commettere atti concreti contro qualcuno. La semplice pronuncia di determinate parole – per quanto offensive possano risultare – non è ovviamente considerata un reato.
Non solo: esisteva, fino al 2016, il reato penale di ingiuria, ma nel suddetto anno ne fu decisa la depenalizzazione: oggi ingiuriare qualcuno non è ovviamente consentito, ma si tratta di un illecito civile, non più penale.

La ratio di tutto ciò è evidente. Sarebbe deleterio se passasse il principio che le azioni di qualcuno possano essere state “istigate” da qualcun altro anche con la semplice pronuncia di alcune frasi o parole isolate: se il principio fosse questo, si arriverebbe presto a sospendere il diritto di critica verso un qualunque Governo o VIP in generale, dato che qualche mente labile potrebbe compiere insani gesti perché “istigato” da quelle critiche.
E questa non è una situazione meramente teorica. Al contrario, è esattamente ciò che accadde nel 2009, quanto un signore con accertati disturbi psichici – Massimo Tartaglia – scagliò una statuetta del duomo di Milano in faccia all’allora Premier Silvio Berlusconi, ferendolo gravemente. Fu detto allora dal coro dei giornalisti – sia quelli direttamente sul libro paga di Silvio, sia quelli svolgenti analoga funzione ma stipendiati dal denaro pubblico di Mamma Rai – che esistevano dei mandanti morali per quel gesto, e rispondevano ai nomi di Michele Santoro, Marco Travaglio e Vauro Senesi, all’epoca protagonisti nel talk show AnnoZero, condotto dallo stesso Santoro. Enormi sforzi furono profusi per far chiudere quella trasmissione, nonostante fosse tra le più seguite e redditizie dell’intera TV di Stato; sforzi che infine ebbero successo, dato che il programma fu effettivamente chiuso nel 2011.

È lecita la satira con gli stereotipi? O è buona solo quella contro di essi?

Un altro dogma di fede dei seguaci della satira politicamente corretta riguarda il rapporto con gli stereotipi e i luoghi comuni: il vero satirico sarebbe colui (pardon, colui o colei) che li demolisce, non certo chi li cavalca.

Anche in questo caso, mi pare che si faccia confusione tra la satira e la politica. Inaccettabile sarebbe fare leggi in base agli stereotipi, ad esempio imponendo a chi è di etnia Rom di mandare i figli in scuole diverse e separate da quelle degli altri bambini, e giustificare tutto ciò dicendo che è risaputo che costoro rubano. Questi scenari sono tuttavia impossibili grazie alle Costituzioni e alle convenzioni internazionali, oltre che al tanto vituperato liberalismo.
Ma se con gli stereotipi ci si limita a far satira, francamente non vedo il problema. Non capisco, ad esempio, il perché di tutta l’indignazione esplosa dopo che Michelle Hunziker e Gerry Scotti hanno fatto il gesto degli occhi a mandorla e imitato la pronuncia delle consonanti liquide in una puntata di Striscia la Notizia. Si tratta di caratteristiche fisiche, oggettivamente riscontrabili e – cosa più importante – prive di implicazioni etico-morali.
In una parola, si sarebbero offesi per qualcosa che non è neanche definibile come satira, dato che manca appunto la componente di critica sociale o politica verso il bersaglio; la gag di Scotti e Hunziker non è nulla di diverso dalle imitazioni di La Russa fatte per anni da Fiorello.
Assai più interessante – ma francamente impossibile da aspettarsi da una trasmissione come Striscia – sarebbe stato se i due conduttori avessero fatto una battuta tipo quella del video qua sotto, tratta da una puntata de I Griffin (programma anch’esso trasmesso da Mediaset, e che di scene come quella qua sotto ne sforna in quantità industriale; solo che, curiosamente, su I Griffin nessuno in Italia ha mai sollevato polveroni analoghi a quello nato dopo la suddetta puntata di Striscia).

Gli stereotipi non nascono dal nulla. Hanno il problema di essere generalizzazioni, ed è fondamentale assicurarsi che in base ad esse non vengano discriminati singoli individui. Ma non si può pretendere che certi comportamenti, assai diffusi tra una popolazione, vengano improvvisamente ignorati ed esclusi da chi fa satira. Gli indignati per gli occhi a mandorla di Scotti e Hunziker avrebbero espresso uguale sdegno se fosse stata fatta una battuta sui gioiellieri che evadono il fisco?
Oltretutto, gli stereotipi non sono neanche così eterni e immutabili come si suole credere. Oggi nessuno raffigurerebbe il cittadino russo medio con il colbacco e la falce e il martello, o il cinese come povero in canna.
Se noi italiani continuiamo ad essere dipinti come sguaiati spacconi, gesticolatori folli e ossessionati dal cibo, nonché ovviamente come mafiosi, purtroppo c’è un motivo.

Si può far satira sulle minoranze?

Infine, l’ultimo grande dogma riguarda la satira sulle minoranze. Che sarebbe una contraddizione di termini, secondo questi teorizzatori del galateo del buon riso: la vera satira – spiegano costoro – è quella che prende di mira i potenti, non certo chi è già oppresso e discriminato.

Ora, onestamente anch’io apprezzo molto di più chi prende di mira dittatori, politici di grosso calibro e, se possibile, gente ancor più potente dei politici. Non per nulla considero South Park il punto più alto raggiunto dall’ars satirica nell’umana storia: la creatura di Trey Parker e Matt Stone, da quando fu partorita nel 1995, ha irriso senza pietà non solo i più potenti capi di Stato mondiali, ma anche le religioni (tra cui il cristianesimo, l’islam, Scientology), e forse i più potenti di tutti in assoluto: le grandi aziende del tech, da Apple ad Amazon, passando per Facebook (da questo elenco ho escluso le divinità stesse – da Dio a Gesù, passando per Satana e Allah – in quanto volevo limitarmi a persone realmente esistenti).
Eppure, nel mondo di South Park le minoranze non sono affatto risparmiate. Vengono selvaggiamente irrisi i gay, e con battute che qui in Italia provocherebbero roghi in piazza di videocassette (“Mi sta dicendo che non sono una vera donna, ma solo un gay col pisello tagliato?!” chiede il Sig. Garrison al chirurgo, dopo che costui gli aveva spiegato il motivo per cui non stava avendo il ciclo, nonostante l’operazione di cambio di sesso fosse riuscita. E il chirurgo, semplicemente, risponde “In poche parole sì”). I messicani vengono raffigurati come pigri, l’unico bambino italiano gestisce un racket (quello dei proventi della fata dei dentini), e cinesi e giapponesi sono quintessenze di stereotipi dei rispettivi paesi.

Non c’è nulla di male né di contraddittorio in tutto ciò. Ironizzare su stranezze e bizzarrie delle minoranze non significa plaudere alla loro discriminazione. Parker e Stone sono entrambi sostenitori del Libertarian Party, cioè di un’ideologia che più di ogni altra riconosce il sacrosanto diritto di ciascuno a vivere la propria vita come meglio crede, avendo come unico limite la libertà altrui.

P.S.

Difficile non menzionare l’ultima grande perla sfornata in quel di South Park: i PC, cioè proprio i “politicamente corretti”. Raffigurati come orde di palestrati attaccabrighe, dediti a imporre l’uso di espressioni politicamente corrette anche – se serve – a suon di cazzotti e craniate sul setto nasale.

Riforestazione: Roma nuovo laboratorio degli ambientalisti italiani?

Riforestazione: Roma nuovo laboratorio degli ambientalisti italiani?

Riforestazione: Roma nuovo laboratorio degli ambientalisti italiani?

A Roma dall’inizio dell’anno molte associazioni ambientaliste hanno iniziato insieme un laboratorio teorico e pratico per avviare una riforestazione a Roma. L’obbiettivo è invertire il modello della città: non più aree verdi circondate da cemento, ma aree abitate circondate da alberi, quartieri intersecati da boschi e foreste.

Il cambiamento climatico è, negli ultimi anni, sempre più protagonista nella nostra quotidianità, con fenomeni atmosferici inconsueti e conseguenze sempre più complicate da gestire. In molti non si accorgono che stiamo in un cruciale periodo di transizione, quello del “è quasi troppo tardi”: in tanti non colgono ancora i segnali di squilibrio che il Pianeta manda, perché troppo impegnati nella solita vita consuetudinaria. I politici sbandierano da decenni la retorica del futuro, riempiendosi la bocca di volontà di cambiamento, di riforme, di cambi di rotta che inizieranno nei prossimi anni. Ma a noi non è il futuro che interessa, ma il presente. Se non si agisce adesso, quale futuro avremo?

L’ambientalismo in Italia ha vita difficile, non è così radicato, perché la gente spesso, per pigrizia interiore o per necessità lavorative non dedica attenzione a questi temi. Gli ambientalisti sono non infrequentemente definiti come idealisti, sognatori non collegati alle reali esigenze economiche del Paese. Questo è esattamente quello che ai grandi gruppi industriali fa comodo, screditare l’idea che una impostazione economica diversa possa svilupparsi in alternativa ai modelli produttivi estrattivisti e inquinanti che devastano il Pianeta.

Le città devono guidare questo cambiamento, devono essere costruite diversamente e gestite sulla base di logiche che non possono essere puramente economiche, bensì di benessere dei cittadini.

Riforestazione, depavimentazione mirante alla riduzione del consumo di suolo (liberandolo da asfalto o cemento ove non necessario) e ciclabilità sono le basi per mutare radicalmente la vita nelle città, intaccando in realtà di poco le presunte comodità degli automobilisti. Questo cambiamento necessiterà di una collaborazione tra le organizzazioni ambientaliste e i municipi della Capitale.

Il progetto pilota è denominato RiforestiAmoRoma, promosso da Reseda Onlus, da Associazione Community Organizing Onlus e supportata dalle Brigate Verdi, da Alberi in periferia, da Driade – Per fare un albero e da Gufi – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane. Vi aderiscono molte associazioni del territorio, comitati e cittadini che sentono la necessità di essere parte di una rete di persone, con un obbiettivo condiviso, i cui risultati saranno un dono per le generazioni future.

Dopo una formazione teorica di alcune settimane, si è passati alla fase pratica e domenica 2 maggio è nato il primo vivaio forestale a disposizione delle associazioni ecologiste, il primo di una serie che verranno costruiti in diverse zone della Capitale.

È possibile, è tutto assolutamente alla nostra portata. Chi pianta un albero lo fa per gli altri e un po’ per se stesso: significa soprattutto regalare un futuro migliore a chi ora è un bambino e a chi ancora dovrà nascere. Non vogliamo solamente qualche parchetto, ma foreste urbane, un ecosistema che includa alberi, arbusti e fiori che si ramifichi all’interno delle città, diventando parte pulsante della vita sociale.

Stefano Antonelli – Brigate Verdi, associazione ambientalista

3 maggio 2021

Diplomazia digitale: come rane intorno (o dentro) la Rete

Diplomazia digitale: come rane intorno (o dentro) la Rete

Oltre ai rapporti all’interno delle singole collettività organizzate, le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) hanno plasmato le relazioni diplomatiche; gruppi e movimenti trans-nazionali, espressioni di consenso e dissenso attraverso le reti sociali, dove i fenomeni di polarizzazione sono più facili da innescare e di più ardua gestione: se le cariche elettive costruiscono la loro immagine anche in base alle molteplici manifestazioni delle opinioni pubbliche digitali, la diplomazia segreta appare più esposta alle azioni di chi, non rifiutando la Rete, cerca ancora di porre l’accento sulle sue potenzialità in termini di accesso universale alle conoscenze

eDiplomacy e fughe di notizie

Mentre in Italia le commissioni Lavoro e Affari sociali della Camera hanno avviato il dibattito per l’aggiornamento della normativa sul lavoro agile, l’unico paese ad aver affrontato in modo sistematico la questione della diplomazia digitale restano, ad oggi, gli Stati Uniti (USA), dove il Dipartimento di Stato ha istituito dal 2002 l’Ufficio per la Diplomazia elettronica, la cosiddetta eDiplomacy. Lo stesso paese, dunque, che negli anni ‘90 del secolo scorso, sicuro della propria egemonia globale, ha diffuso Internet su scala globale, e che ora si presenta come unico custode dei cavi in fibra ottica che corrono sui fondali di mari e oceani (oltre un milione di kilometri), anche se non ne possiede che poco più del 50%. Fatti come l’istituzionalizzazione della eDiplomacy e, nel decennio successivo, le rivelazioni di Julian Assange, Chelsea Manning ed Edward Snowden lasciano intendere che la globalizzazione di fine XX secolo ha lanciato nel cyberspazio transnazionale anche questo delicato settore, tradizionalmente legato ai rapporti tra Stati in varia misura sovrani. Un dominio fatto di accordi, trattati, ma soprattutto di operazioni segrete e di retroscena che, quando vengono alla luce, possono avere effetti deleteri sulla tenuta degli equilibri stabiliti. Ne è una dimostrazione la reazione di sdegno dell’allora segretario di Stato democratico Hillary Clinton alla diffusione di documenti confidenziali della diplomazia USA da parte di Wikileaks, da lei definito “un attacco non solo contro la comunità internazionale, le alleanze e i partenariati, i colloqui e i negoziati, che salvaguardano la sicurezza globale e accrescono la prosperità economica”. In altri termini, una minaccia all’ordine mondiale per come si è delineato a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso.

Dalla globalizzazione territoriale alla globalizzazione digitale

Anche perché, la trasformazione della società di massa fisica (fondata sul processo di produzione e commercializzazione di beni) in una società di massa digitale (in cui il prodotto fondamentale è l’utente stesso) ha ampliato il campo di manifestazione delle dinamiche che strutturano o che esplicitano i rapporti e gli equilibri di forze. Ad esempio, il 1 febbraio scorso il Kosovo ha stabilito relazioni diplomatiche con Israele, che è diventato il 117esimo paese a riconoscerne l’indipendenza: Priština ha annunciato l’apertura della sua ambasciata a Gerusalemme (terzo paese dopo USA e Guatemala) e l’inserimento del partito libanese sciita Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche. “Oggi noi scriviamo la Storia, stabiliamo relazioni diplomatiche tra Israele e il Kosovo. È la prima volta nella Storia che delle relazioni diplomatiche siano stabilite attraverso Zoom”, ha commentato il ministro degli Esteri israeliano Gabi Ashkenazi dopo l’incontro. Le TIC, quindi, aumentano almeno potenzialmente i canali di comunicazione, di negoziato e di dialogo e sono diventate anch’esse teatro e strumento degli aspiranti attori della storia. A proposito di Kosovo, i Balcani sono stati, assieme all’Algeria e alla Cecenia, una delle prime regioni a sperimentare il “nuovo jihad”, come lo definì Abou Abd al-Aziz “Barbaros”, un ex combattente in Afghanistan (contro l’esercito sovietico), che successivamente prese parte alla guerra in Bosnia con migliaia di “mujahedin”. La Rete, dunque, nata come strumento di comunicazione dell Dipartimento della Difesa statunitense e diffusa nel mondo come il principale mezzo di diffusione del modello sociale proprio della potenza egemone, è divenuta, contestualmente, mezzo di comunicazione e di organizzazione di gruppi che gli stessi USA hanno additato come nemici. Dopo averli, peraltro, sostenuti nel conflitto afghano-sovietico.

“Il potere è dappertutto”

In altri termini, Internet è uno dei terreni di scontro tra potenze rivali, sia nella comunicazione diretta attraverso reti sociali e altri canali digitali, sia nelle operazioni di spionaggio, che includono il sostegno a gruppi e individui nella loro lotta contro le autorità dei paesi in cui vivono. Più in generale, in quanto sistemi di comunicazione di massa, le reti sociali hanno modificato radicalmente la sfera delle relazioni umane e la loro percezione da parte degli individui. Nello specifico, hanno trasformato i modi della comunicazione tanto all’interno dei singoli paesi, quanto a livello globale. In tal senso, l’affermazione del filosofo Michel Foucault “il potere è dappertutto” ha anticipato uno degli elementi cardine dell’attuale società di massa digitale. Infatti, l’utente medio è potenzialmente in grado di pubblicare contenuti sulla Rete, tanto più dopo la diffusione massiccia delle reti sociali, al pari di un capo di Stato o di un organo di informazione, apparentemente senza alcuna censura preliminare. A tal proposito, la chiusura dell’account dell’ex presidente USA Donald Trump da parte di Twitter e la sospensione del suo profilo da parte di Facebook lasciano intendere che non esistano meccanismi di controllo dei contenuti prima che questi ultimi vengano pubblicati, ma che si può soltanto intervenire in seguito, quando potrebbero avere orma raggiunto milioni di persone, o meglio, di utenti. Inoltre, mostrano come a censurare i contenuti non sia più solo l’autorità statale, di fronte alla quale il cittadino di un qualunque Stato di diritto può (in linea di principio) impugnare la propria costituzione, ma delle multinazionali che rispondono a interessi privati. Nella fattispecie, Facebook e Twitter, che hanno motivato le loro decisioni con la necessità di non aumentare le tensioni dopo l’assalto a Capitol Hill degli inizi di gennaio, come avrebbe fatto un qualsiasi organismo governativo.

Tra beffa e verità

Certo, se sono le autorità (statali) a impedire l’accesso a tutta o a parte della Rete per pubblicare, il fatto susciterà reazioni di indignazione, in quanto violazione delle libertà fondamentali, ma quando lo fa una multinazionale, è come se lo facesse il “Mercato”. Nessuno scandalo, perché rientra nei meccanismi ordinari dell’attuale modello socio-economico: ciò che il mercato rifiuta, non è funzionale, quindi è “naturalmente” escluso. A questo principio risponde, dunque, anche la stessa diplomazia digitale. Non solo perché il cyberspazio offre un ulteriore e più visibile campo di battaglia tra forze rivali, ma anche perché, travolti dall’effetto ridondanza della pletora di “stimoli” che si trovano, si diffondono e rimbalzano attraverso Internet, soprattutto dall’avvento delle reti sociali, la caccia alle visualizzazioni si riduce, il più delle volte, a un innalzamento dell’aggressività, fino al parossismo. Oppure alla ricerca della “bufala” più eclatante o potenzialmente più “condivisibile”, non in virtù degli argomenti che la sostengono, ma in quanto ri-pubblicabile, ossia suscettibile di diventare “virale”. Come la teoria cospirazionista QAnon, cui Wu Ming I ha dedicato un saggio uscito lo scorso marzo, La Q di Qomplotto. Il capitolo settimo è dedicato all’ipotesi che questa teoria sia frutto di una beffa ispirata al romanzo Q di Luther Blisset e che, benché alcuni suoi adepti siano sinceri, sia spesso alimentata da chi porta avanti le discussioni, “per fomentare i creduloni, far girare materiale oltraggioso, provocare i liberal, gettare esche ai giornalisti, far cadere in trappola i media”. Una delle idee cardine del saggio, d’altronde, è la ripresa e il riuso, da parte di chi contribuisce a divulgare simili teorie attraverso la Rete, delle strategie utilizzate dalle avanguardie artistiche e culturali del XX secolo per de-crostruire la Verità assoluta imposta dalle autorità.

Nel calderone digitale

Nella livella digitale, infatti, tutto viene assorbito dal “mainstream” e uno stesso flusso finisce per investire organizzazioni non governative che portano avanti battaglie “tradizionali”, media di regime e associazioni come CANVAS (fondata dagli ideatori del movimento serbo Otpor!) specializzate in “cambiamenti di regime chiavi in mano”, come li definisce Le Monde Diplomatique. Tra i convitati del banchetto cibernetico, non mancano infine formazioni come al-Qaeda, che ha utilizzato e utilizza Internet per diffondere comunicati e rivendicazioni, reclutare miliziani e organizzare azioni terroristiche, a partire da quelle dell’11 settembre 2001. Grazie alle TIC, la globalizzazione del jihad si è quindi dispiegata di pari passo con quella socio-economica a guida statunitense, e con essa condivide la crescente esigenza di una visibilità sul Web. In questa evoluzione si possono individuare quattro fasi: nella prima, collocabile tra gli anni ‘90 e i primi anni Duemila, testi ideologico-dottrinali, comunicati e notizie dai vari fronti sono pubblicati sui “classici” siti Web; nella seconda, che copre il primo decennio di questo secolo, proliferano sulla Rete forum protetti, attraverso i quali quadri e militanti scambiano informazioni (su uno di questi, un rapporto pubblicato poco dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, riferiva di una fitta corrispondenza in prossimità degli attacchi); la terza, invece, investe i primi quattro anni del conflitto siriano (2011-2015), quando progressivamente le organizzazioni terroristiche di matrice islamica trasferiscono le proprie attività di propaganda e reclutamento sulle reti sociali, che consentono loro di raggiungere un pubblico più ampio e più giovane, anche grazie ad avanzate tecniche di video-comunicazione; la quarta fase, infine, è quella attuale, in cui, dopo la chiusura di molti profili di jihadisti sulle reti sociali, si assiste al trasferimento della quasi totalità delle attività su applicazioni criptate, salvo poi pubblicare rivendicazioni e comunicati d’effetto sulle piattaforme in cui si dispiegano le espressioni multiformi delle opinioni pubbliche digitali. Nell’ultimo decennio, quindi, i cartelli del jihad, se da un lato hanno aumentato il loro potenziale di diffusione, dall’altro sono entrati a far parte della galassia fluida del Web e delle applicazioni di messaggistica.

Visibilità e rapidità

Un universo, nel quale i “post” o i “tweet” di governi e forze di opposizione (attori tradizionali del dibattito pubblico) coesistono con quelli di capi mafiosi che esercitano il loro potere e costruiscono il mito del “gangster”, di video che rappresentano manifestazioni di violenza tanto gratuita quanto brutale, ma anche di gruppi che propalano teorie sulla forma piatta della Terra, o di formazioni della destra eversiva che diffondono teorie cospirazioniste. Il denominatore comune è costituito dalle dinamiche tipiche della Rete, in particolare due imperativi categorici: la visibilità, che impone la riduzione della discussione argomentata, in cui due opinioni si confrontano in modo dialogico, a una corsa all’iperbolizzazione e all’inasprimento dei toni; e la rapidità di lettura e di esecuzione, che costringe alla riduzione semplicistica del confronto di opinione, fino alla polarizzazione estrema. In tale quadro, tuttavia, gli estremi finiscono per equivalersi, perché nessuna idea si afferma in virtù del proprio potenziale intrinseco, ma solo se riesce a conquistare il maggior numero di visualizzazioni, o di “like”. Per questo i princìpi di marketing hanno finito per pervadere l’intero dominio delle transazioni sociali, dalla vendita di merci, ai mercati del lavoro fino agli scambi di opinione, riducendole a relazioni di potere. Il marketing entra nella formazione di una parte crescente delle nuove classi dirigenti degli Stati, quindi anche nelle relazioni diplomatiche. Tutti sotto la stessa Rete.