Sondaggi alla mano, gli italiani sembrano aver scoperto che lavorare in autonomia e responsabilità è bello.

C’era una volta il lavoro d’ufficio di fantozziana memoria. Quello che (nella migliore delle ipotesi) ti costringeva a puntare la sveglia al mattino a orari infami, a passare ore imbottigliato nel traffico, a trovare un posto nel parcheggio aziendale, a timbrare il cartellino (il proprio e talvolta anche quello di altri), e a trascorrere il resto della giornata seduto a una scrivania. Una routine quotidiana monotona, un “logorio della vita moderna” contro il quale era stata inventata una nota bevanda alcolica, ma che tutto sommato pareva il migliore dei mondi possibili: c’era il contratto a tempo indeterminato, le due settimane di ferie, la tredicesima. E – specie nel settore pubblico – c’era il fatto che si era retribuiti su base oraria: allo scoccar delle 18 la penna cadeva inesorabilmente sulla scrivania, e non importava quanto urgente fosse la pratica lasciata a metà: se ne sarebbe parlato l’indomani (o magari il lunedì, se ciò fosse accaduto di venerdì).
Certo, i liberi professionisti esistevano anche all’epoca, e magari in molti casi se la passavano meglio, soprattutto quelli a cui risultava pressoché ignoto il concetto di ricevuta fiscale; ma in fin dei conti, soprattutto se eri assunto nel settore pubblico, quei fastidi menzionati sopra diventavano sopportabili dinanzi alla prospettiva di una vita lavorativa alla Homer Simpson (tra una ciambella e un pisolino, un pisolino e una ciambella), condita dalla certezza di retribuzioni e contributi versati all’INPS.

Nel 1998 il legislatore introdusse, con la legge 191, una cosa chiamata “telelavoro”.

Allo scopo di razionalizzare l’organizzazione del lavoro e di realizzare economie di gestione attraverso l’impiego flessibile delle risorse umane, le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, possono avvalersi di forme di lavoro a distanza. A tal fine, possono installare, nell’ambito delle proprie disponibilità di bilancio, apparecchiature informatiche e collegamenti telefonici e telematici necessari e possono autorizzare i propri dipendenti ad effettuare, a parità di salario, la prestazione lavorativa in luogo diverso dalla sede di lavoro, previa determinazione delle modalità per la verifica dell’adempimento della prestazione lavorativa.

Con un balzo cronologico notevole arriviamo all’oggi, cioè alla pandemia e al conseguente (e forzato) boom del c.d. Smart Working. Il quale, di per sé, sarebbe cosa diversa dal già citato telelavoro: per l’esattezza, il Ministero del Lavoro lo definisce

modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.

Non è facile rendersi pienamente conto della portata rivoluzionaria di un concetto del genere, in un Paese come il nostro. Un Paese la cui concezione del lavoro è da sempre parecchio cattolica (il lavoro è la condanna che Dio inflisse ad Adamo per avergli disubbidito) e poco calvinista (il lavoro è lo scopo stesso dell’esistenza, o almeno ciò che conferisce dignità all’uomo). Non a caso in Italia la via maestra per il consenso elettorale è sempre stata il promettere pensionamenti anticipati in deficit, almeno fino a quando non siamo entrati nell’Unione Europea e un paio di energumeni ci sono piombati addosso per toglierci di mano la zappa che ci stavamo dando sui piedi.

Poi, all’improvviso, il COVID-19. Milioni di persone che si sono ritrovate, dall’oggi al domani, a dover lavorare da casa. E che, pare, hanno scoperto che non è affatto male.

A rivelarlo è un sondaggio effettuato da Noto sondaggi e pubblicato sul Sole 24 ore: su un campione di mille intervistati, il 65% ha giudicato positiva l’esperienza. La stessa percentuale si ritrova anche alla domanda sulla qualità del lavoro: il 65% ha affermato che lo Smart Working ha influito positivamente sui propri risultati professionali, pur non essendo diminuita la quantità di tempo dedicata al lavoro (per il 44% degli intervistati essa è rimasta uguale, per il 39% è aumentata; solo il 13% ha affermato che sia diminuita). Insomma si lavora più o meno la stessa quantità di ore, ma meglio.

Va da sé che queste percezioni individuali andrebbero confrontate con misurazioni oggettive della produttività, specie nella P.A. Ma già il fatto che una grossa fetta di lavoratori cominci ad apprezzare il binomio “libertà & responsabilità” – intese qui come auto-organizzazione del lavoro a fronte di obiettivi stabiliti – potrebbe essere una piccola rivoluzione.

Intanto perché la prospettiva stessa di un mondo in cui la gente lavora da casa potrebbe spingere (costringere?) molti giovani ad avere un curriculum scolastico un po’ più confortante, e idealmente a rafforzare quelle competenze digitali e di lingua straniera che oggi mancano drammaticamente. È chiaro infatti che lo Smart Working non è per tutti, e soprattutto, per qualsiasi lavoro: occorre un grado di istruzione adeguato, e soprattutto occorrono quelle che nella fredda neolingua della Silicon Valley vengono definite “soft skills”.

Molti poi stanno intravedendo nella diffusione dello Smart Working un’occasione (l’ennesima, ma stavolta con qualche possibilità in più di concretizzarsi) per il rilancio del Sud: lo chiamano South Working, e si basa su un principio elementare: se bisogna lavorare da casa, tanto vale prender casa in posti belli. Tipo, appunto, il Sud Italia. Ovviamente non bastano ‘o sole e ‘o mare a rendere vivibile un luogo: servirebbero trasporti, sanità, scuole e uffici pubblici efficienti, oltre ovviamente un’infrastruttura Internet degna del mondo civile. Ma è anche vero che per far tutto ciò è fondamentale frenare la storica emorragia di giovani dalle regioni del Sud, e da questo punto di vista il South Working sembra avere serie carte in mano.
Molto più di decenni di fiscalità agevolate, sovvenzioni e leggi speciali.