Gli uiguri del Xinjiang e la visione statunitense dell’Asia Centrale

Mentre Pechino considera la politica della nuova amministrazione statunitense un “rischio sistemico”, l’ultimo rapporto del Newlines Institute di Washington accusa la Cina di genocidio nella provincia del Xinjiang, ai danni degli uiguri, popolazione turcofona a maggioranza musulmana sunnita; l’Unione Europea si accorda per sanzionare violenze e abusi delle autorità di Pechino; abbandonati l’isolazionismo e la propensione all’istrionismo della scorsa amministrazione, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e la sua squadra sembrano rilanciare, in modo discreto e sottile, l’intraprendenza geopolitica dell’era Clinton su vecchi e nuovi assi di proiezione geo-strategica, ma in un contesto di embrionale multipolarismo e con l’incognita del potente e prepotente alleato turco.

Priva, finora, di qualsiasi connotazione ideologica, a differenza della guerra fredda del secolo scorso, la rivalità di potenza tra Cina e Stati Uniti non sembra essere mutata, almeno nella sostanza, dopo l’insediamento del nuovo presidente democratico Joe Biden alla Casa Bianca. Eppure, quanto trasmesso dai media dell’incontro di Anchorage del 18 marzo mostra una maggiore attenzione, per quei temi che chiamano in causa la Cina su questioni umanitarie. Le stesse che legittimarono gli interventi umanitari degli anni ‘90 del secolo scorso.

Ad esempio, su Pechino grava la responsabilità di un genocidio in atto ai danni degli uiguri, secondo i parametri stabiliti dalla convenzione delle Nazioni Unite del 1948. Diversi gli abusi denunciati, tra i quali arresti, detenzioni arbitrarie nei campi di rieducazione e sterilizzazione forzata sistematica. Queste sono state le conclusioni del rapporto pubblicato lo scorso 9 marzo dal Newlines Institute for Strategy and Policy, definito dall’emittente statunitense CNN come il risultato storico della prima inchiesta legale indipendente di un’organizzazione non governativa su accuse di genocidio rivolte alle autorità cinesi. Un risultato che cozza, tuttavia, con le conclusioni cui è giunto, a febbraio, il Dipartimento di Stato USA, secondo il quale non ci sono prove sufficienti per parlare di genocidio. Gli ha fatto eco, da una posizione più moderata, l’Unione Europea, i cui paesi membri si sono accordati il 17 marzo per sanzionare alcuni rappresentanti del governo di Pechino per violazioni dei diritti umani della minoranza uigura. La parola genocidio compariva, invece, nelle mozioni non vincolanti votate lo scorso febbraio dai parlamenti di Canada e Paesi Bassi, oltre che in una dichiarazione ufficiale dell’ex segretario di Stato USA Mike Pompeo, risalente all’ultimo giorno di incarico dell’amministrazione di Donald Trump:

“questo genocidio è in corso e siamo testimoni del tentativo sistematico da parte dello Stato-partito cinese di distruggere gli uiguri”.

Da marzo 2017, aveva aggiunto, le autorità di Pechino hanno intensificato la loro campagna di repressione decennale nei confronti degli uiguri e di altre minoranze musulmane, come kazaki e kirghizi. Un riferimento alla linea dura adottata dalla Cina nella lotta al separatismo e al terrorismo, soprattutto quello di matrice islamica, perno per una rete di alleanze che hanno aumentato la sua capacità di proiezione strategica in Asia centrale, ben oltre i domini economico e tecnologico riassunti dalla Belt and Road Initiative (le cosiddette nuove vie della seta). Basti pensare all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (OCS), istituita nel 2001, immediatamente prima degli attentati dell’11 settembre, dai presidenti di Cina, Russia, Kazakhstan, Tagikistan e Uzbekistan.

Al di là delle grida di allarme sul pericolo giallo che hanno accompagnato la guerra commerciale lanciata da Trump, e delle preoccupazioni umanitarie ostentate dagli USA e da quelli che l’ex segretario generale dell’Alleanza atlantica (NATO) Anders Fogh Rasmussen ha definito i loro alleati del mondo libero, Washington nel confronto con la Cina si trova di fronte, per la prima volta nella storia, uno Stato che non si erge a portavoce di un modello economico-sociale e di un ordine mondiale alternativi a quelli basati sul capitalismo (come l’Unione Sovietica), né si lascia irretire in scontri di tipo ideologico. Anzi, l’ascesa della Cina è avvenuta mediante le norme economiche e gli equilibri internazionali dettati dall’allora unica superpotenza statunitense negli anni ‘90 del secolo scorso, dopo l’implosione del sistema sovietico. Nel decennio della globalizzazione, infatti, Pechino ha tolto a Stati Uniti il monopolio sull’estrazione e sulla raffinazione delle terre rare, grande potenzialità per l’economia futura intuita da Deng Xiaoping, padre dello sviluppo economico cinese. In tal modo, la Cina si è progressivamente affermata sullo scacchiere mondiale grazie soprattutto alla sua capacità di recepire e rielaborare i dettami dell’economia di mercato: dal capitalismo di sorveglianza (anche i crediti sociali sono di importazione USA) al Master in Pubblica amministrazione seguito dai dirigenti cinesi a partire dal 2001 e strutturato sul modello della John F. Kennedy School of Government dell’università di Harvard. Inoltre, Biden non può contare ora sulla fedeltà atlantista della Turchia, così proficua negli anni ‘90 per disgregare quanto restava dello spazio geopolitico sovietico (è il decennio in cui esplodevano i conflitti etnico-confessionali nei Balcani e in Asia centrale). Di contro, per difendere il primato strategico nell’Indo-Pacifico dall’intraprendenza di Pechino oltre il Mar Cinese meridionale, lungo le direttrici che collegano gli stretti, Washingtom può affidarsi a una rete abbastanza solida di alleanze regionali organizzata attorno ai tre rivali storici della Cina, ossia Giappone, India e Australia. Il fulcro di questa NATO asiatica è il Dialogo quadrilaterale per la sicurezza (QUAD), che il recente acuirsi delle tensioni tra Cina e India ha contribuito a cementare.

Marzo 2021 è stato infatti anche il mese in cui l’amministrazione Biden ha delineato la sua visione strategica dell’Asia centrale, stabilendone le basi con una visita dei suoi massimi rappresentanti in Giappone, Corea del Sud e India, culminata con un colloquio con una delegazione del governo cinese, in presenza del consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan. Al centro, naturalmente, la necessità di una difesa da eventuali tentantivi espansionistici da parte di Pechino e di una presa di posizione su questioni come quelle del Xinjiang, di Hong Kong e di Taiwan. Biden ha dato dunque un segnale immediato di continuità con il suo predecessore nelle relazioni con la Cina, ma al contempo di discontinuità, cercando di rinsaldare il sistema di alleanze sul quale si fondava la supremazia mondiale statunitense negli anni ‘90. In un contesto, peraltro, in cui sullo scenario mondiale si è affermata, oltre alla Cina di Xi Jinping, anche la Russia di Vladimir Putin, nei confronti del quale Biden è giunto a un passo dalla rottura (anche questo è un segnale di discontinuità, se si considera che Trump è stato accusato di aver vinto le precedenti elezioni presidenziali grazie al sostegno di Mosca), definendolo un assassino. Inoltre, il cuneo turco, così efficace negli anni ‘90, attualmente rischia di rivelarsi una trappola, viste le velleità neo-ottomane del presidente Recep Tayyip Erdoğan e la sua capacità di preservare un ruolo di potenza regionale malgrado una grave crisi economica. Infatti, se Ankara può sostenere Washington nella questione uigura, che da tempo costituisce un motivo di attrito tra Turchia e Cina, vi sono temi significativi sui quali tra USA e Turchia si trovano in disaccordo. A titolo di esempio, l’estradizione del predicatore islamico Fethullah Gülen, l’uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi (da anni residente negli USA e redattore del Washington Post) nel consolato di Riyadh a Istanbul e il recente avvicinamento di Ankara alla Russia e alla Cina. Con quest’ultima, in particolare, la Turchia ha firmato nel 2017 un accordo sul rimpatrio di cittadini della Repubblica popolare presenti sul territorio turco, tra i quali vi sono gli stessi uiguri.
In altri termini, la Turchia potrebbe essere l’anello debole dell’alleanza del mondo libero contro i regimi autoritari, che Rasmussen, sul finire dell’era Trump, aveva auspicato per spianare la via a un ritorno trionfale degli Stati Uniti democratici e globalisti (quindi imperialisti, ma è un po’ come chiamare la guerra intervento umanitario) sul trono del mondo. Il che spiegherebbe, almeno in parte, la cautela usata da Biden nei confronti del principe ereditario saudita Mohamed bin Salman in merito all’affaire Khashoggi, anche se un rapporto dell’intelligence USA desecretato ne rivela il coinvolgimento diretto. Dunque, da un lato l’amministrazione Biden, in continuità con la precedente, alza i toni dello scontro con Cina e Russia facendo leva sulle accuse di violazione dei diritti umani; dall’altro usa cautela con un prezioso alleato nel Golfo persico, utile per esercitare pressioni sull’Iran in vista di una ripresa dei negoziati, interrotti da Trump, ma al contempo pericolosamente gravitante attorno all’orbita cinese. La crescente inaffidabilità del petrolio come unica attrazione di capitali esteri rende Riyadh un potenziale alleato a rischio impoverimento ma in posizione strategica. Un potenziale nemico del nemico.