“Pietà l’è morta, ed anche io, Europa, non mi sento tanto bene.”

“Pietà l’è morta, ed anche io, Europa, non mi sento tanto bene.”

Nella notte tra il 21 e il 22 Aprile c’è stato l’ennesimo naufragio nel Mediterraneo centrale, ad est di Tripoli nella zona di competenza della cosiddetta guardia costiera libica. Sono 130 le vittime accertate mentre risulta impossibile contare i dispersi a causa della scarsa collaborazione delle istituzioni libiche.

Dopo il terribile naufragio del 05 Ottobre 2013 che costò la vita a 230 persone davanti all’isola di Lampedusa, l’Europa promise al mondo che simili tragedie non si sarebbero più verificate. Parole gravi e colme di sdegno risuonarono nei giorni successivi durante la conta dei morti e poi in tutte le occasioni pubbliche di celebrazione della tragedia. Ma il cordoglio e lo sdegno istituzionale sembrano ormai essere solo il primo passo nel processo di rimozione che assolve gli stati europei (e non solo) dal gravoso compito di mettere in atto politiche efficaci per governare le migrazioni e mitigare quello che è solo un effetto delle loro stesse politiche espansioniste. Celebrare oggi, per non pensarci domani e poi, solennemente, dimenticare. E infatti dal 2014 i migranti morti in mare sono triplicati raggiungendo l’assurda cifra di oltre 23000 persone solo nel Mediterraneo, secondo i dati ufficiali del Missing Migrants Project dell’OIM. A questi numeri vanno aggiunti quelli dei cosiddetti “naufragi invisibiliovvero quei naufragi impossibili da documentare a causa delle inadeguate risorse messe a disposizione dall’Europa per le operazioni di ricerca e soccorso in mare (SAR). Secondo Frank Laczko, direttore del Global Migration Data Analysis Centre dell’Oim questi potrebbero essere stimati in circa due terzi del totale.

Questi dati ci restituiscono le dimensioni di un fenomeno che non è solo una tragedia umanitaria e non può essere derubricato come un tema di semplice criminalità (il migrante è irregolare o clandestino; le ONG sono colluse con i trafficanti; gli scafisti senza scrupoli e i governi degli stati di partenza corrotti ecc). L’ultimo naufragio, quello della notte tra il 21 e il 22 Aprile, per le dinamiche con cui si è verificato, ha messo in luce in modo inequivocabile quanto colpevole sia la mancata presa in carico del fenomeno migratorio da parte della politica internazionale. Ripercorrendone le tappe principali infatti risulta piuttosto evidente un balletto di responsabilità e competenze per mascherare una comune intenzione di non agire tra tutti i soggetti interessati.

Il 21 Aprile Alarm Phone, l’ONG che offre gratuitamente supporto logistico sia agli organi governativi sia alle ONG per l’individuazione e il contatto di imbarcazioni in difficoltà, riceve notizia di tre imbarcazioni inadeguate ad affrontare un mare tutt’altro che calmo con più di 250 persone a bordo. Si tratta di due pescherecci ad est di Tripoli e un gommone con una quarantina di persone ad ovest. Immediatamente ne comunica le posizioni GPS alle autorità competenti di Malta, Libia e Italia, nonché all’UNHCR, e alle ONG.

La cosiddetta guardia costiera libica, che pure ne recupererà una con un centinaio di persone e due vittime, si rifiuta di collaborare e di condurre un’operazione di ricerca in ragione delle difficili condizioni meteorologiche. Eppure Italia e Libia sono vincolati, da un famoso memorandum d’intesa (oltre che da un Trattato di Amicizia firmato a Bengasi nel 2008 e dalla Dichiarazione di Tripoli del 2012), ad un rapporto di cooperazione per affrontare tutte le sfide che si ripercuotono negativamente sulla pace, la sicurezza e la stabilità nei due paesi, e nella regione del Mediterraneo in generale. A questo scopo, in cambio dell’appoggio italiano ai rivoltosi del 17 Febbraio, oltre che di altre forme di sostegno strategico militare ed economico, la Libia si impegna a predisporre sul suo territorio dei campi di accoglienza, finanziati dall’Unione Europea, per i migranti provenienti dalle varie rotte africane.

Per tutta la giornata si susseguiranno contatti telefonici e via email con cui i vari “organi competenti”, le capitanerie di porto italiana, maltese e libica, invitano a contattare i propri omologhi degli altri paesi o si rendono indisponibili adducendo motivazioni improbabili.

In queste condizioni, le operazioni SAR verranno tentate solo dall’ONG SOS Mediterranée e da tre imbarcazioni commerciali presenti nella zona per altre ragioni. Senza coordinamento ne supporto alcuno da parte degli stati, queste hanno prima cercato il gommone ad ovest senza risultato, poi navigando per circa 10 ore, si sono rivolte alla ricerca dei due pescherecci ad est di Tripoli. L’indomani però, al loro arrivo troveranno solo i resti di un naufragio e nessun sopravvissuto. Un altra nave, si scoprirà in seguito, era stata recuperata da una motovedetta libica che non era più sulla scena. C’era invece l’aereo dell’agenzia UE Frontex. Il giornalista Sergio Scandura di Radio Radicale ha pubblicato un tracciato della rotta percorsa dall’aereo di Frontex che ha sorvolato la zona vegliando su un’enorme omissione di soccorso.

Si sarebbe tentati di valutare questi fatti come l’ennesima prova della difficoltà della Comunità Europea di esserci, di governare fenomeni globali come le migrazioni o i cambiamenti climatici. Si sarebbe tentati, ma poi vengono in mente i rapporti dell’Unione Europea con Erdogan, e allora viene il dubbio che non si tratti solo di difficoltà. La pressione migratoria, in Europa come altrove, è la risposta allo squilibrio in termini di benessere, di accesso ai diritti e alle risorse di chi è nato dalla parte sbagliata del mare. E allora viene il dubbio che l’Europa abbia rinunciato al suo ruolo e abbia smesso di curarsi degli esclusi per difendere i suoi privilegi, e che quei cadaveri lasciati a galleggiare siano anche un messaggio.

Lo Smart Working ha già fatto un mezzo miracolo

Lo Smart Working ha già fatto un mezzo miracolo

Sondaggi alla mano, gli italiani sembrano aver scoperto che lavorare in autonomia e responsabilità è bello.

C’era una volta il lavoro d’ufficio di fantozziana memoria. Quello che (nella migliore delle ipotesi) ti costringeva a puntare la sveglia al mattino a orari infami, a passare ore imbottigliato nel traffico, a trovare un posto nel parcheggio aziendale, a timbrare il cartellino (il proprio e talvolta anche quello di altri), e a trascorrere il resto della giornata seduto a una scrivania. Una routine quotidiana monotona, un “logorio della vita moderna” contro il quale era stata inventata una nota bevanda alcolica, ma che tutto sommato pareva il migliore dei mondi possibili: c’era il contratto a tempo indeterminato, le due settimane di ferie, la tredicesima. E – specie nel settore pubblico – c’era il fatto che si era retribuiti su base oraria: allo scoccar delle 18 la penna cadeva inesorabilmente sulla scrivania, e non importava quanto urgente fosse la pratica lasciata a metà: se ne sarebbe parlato l’indomani (o magari il lunedì, se ciò fosse accaduto di venerdì).
Certo, i liberi professionisti esistevano anche all’epoca, e magari in molti casi se la passavano meglio, soprattutto quelli a cui risultava pressoché ignoto il concetto di ricevuta fiscale; ma in fin dei conti, soprattutto se eri assunto nel settore pubblico, quei fastidi menzionati sopra diventavano sopportabili dinanzi alla prospettiva di una vita lavorativa alla Homer Simpson (tra una ciambella e un pisolino, un pisolino e una ciambella), condita dalla certezza di retribuzioni e contributi versati all’INPS.

Nel 1998 il legislatore introdusse, con la legge 191, una cosa chiamata “telelavoro”.

Allo scopo di razionalizzare l’organizzazione del lavoro e di realizzare economie di gestione attraverso l’impiego flessibile delle risorse umane, le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, possono avvalersi di forme di lavoro a distanza. A tal fine, possono installare, nell’ambito delle proprie disponibilità di bilancio, apparecchiature informatiche e collegamenti telefonici e telematici necessari e possono autorizzare i propri dipendenti ad effettuare, a parità di salario, la prestazione lavorativa in luogo diverso dalla sede di lavoro, previa determinazione delle modalità per la verifica dell’adempimento della prestazione lavorativa.

Con un balzo cronologico notevole arriviamo all’oggi, cioè alla pandemia e al conseguente (e forzato) boom del c.d. Smart Working. Il quale, di per sé, sarebbe cosa diversa dal già citato telelavoro: per l’esattezza, il Ministero del Lavoro lo definisce

modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.

Non è facile rendersi pienamente conto della portata rivoluzionaria di un concetto del genere, in un Paese come il nostro. Un Paese la cui concezione del lavoro è da sempre parecchio cattolica (il lavoro è la condanna che Dio inflisse ad Adamo per avergli disubbidito) e poco calvinista (il lavoro è lo scopo stesso dell’esistenza, o almeno ciò che conferisce dignità all’uomo). Non a caso in Italia la via maestra per il consenso elettorale è sempre stata il promettere pensionamenti anticipati in deficit, almeno fino a quando non siamo entrati nell’Unione Europea e un paio di energumeni ci sono piombati addosso per toglierci di mano la zappa che ci stavamo dando sui piedi.

Poi, all’improvviso, il COVID-19. Milioni di persone che si sono ritrovate, dall’oggi al domani, a dover lavorare da casa. E che, pare, hanno scoperto che non è affatto male.

A rivelarlo è un sondaggio effettuato da Noto sondaggi e pubblicato sul Sole 24 ore: su un campione di mille intervistati, il 65% ha giudicato positiva l’esperienza. La stessa percentuale si ritrova anche alla domanda sulla qualità del lavoro: il 65% ha affermato che lo Smart Working ha influito positivamente sui propri risultati professionali, pur non essendo diminuita la quantità di tempo dedicata al lavoro (per il 44% degli intervistati essa è rimasta uguale, per il 39% è aumentata; solo il 13% ha affermato che sia diminuita). Insomma si lavora più o meno la stessa quantità di ore, ma meglio.

Va da sé che queste percezioni individuali andrebbero confrontate con misurazioni oggettive della produttività, specie nella P.A. Ma già il fatto che una grossa fetta di lavoratori cominci ad apprezzare il binomio “libertà & responsabilità” – intese qui come auto-organizzazione del lavoro a fronte di obiettivi stabiliti – potrebbe essere una piccola rivoluzione.

Intanto perché la prospettiva stessa di un mondo in cui la gente lavora da casa potrebbe spingere (costringere?) molti giovani ad avere un curriculum scolastico un po’ più confortante, e idealmente a rafforzare quelle competenze digitali e di lingua straniera che oggi mancano drammaticamente. È chiaro infatti che lo Smart Working non è per tutti, e soprattutto, per qualsiasi lavoro: occorre un grado di istruzione adeguato, e soprattutto occorrono quelle che nella fredda neolingua della Silicon Valley vengono definite “soft skills”.

Molti poi stanno intravedendo nella diffusione dello Smart Working un’occasione (l’ennesima, ma stavolta con qualche possibilità in più di concretizzarsi) per il rilancio del Sud: lo chiamano South Working, e si basa su un principio elementare: se bisogna lavorare da casa, tanto vale prender casa in posti belli. Tipo, appunto, il Sud Italia. Ovviamente non bastano ‘o sole e ‘o mare a rendere vivibile un luogo: servirebbero trasporti, sanità, scuole e uffici pubblici efficienti, oltre ovviamente un’infrastruttura Internet degna del mondo civile. Ma è anche vero che per far tutto ciò è fondamentale frenare la storica emorragia di giovani dalle regioni del Sud, e da questo punto di vista il South Working sembra avere serie carte in mano.
Molto più di decenni di fiscalità agevolate, sovvenzioni e leggi speciali.

Nemici di comodo

Nemici di comodo

Gli uiguri del Xinjiang e la visione statunitense dell’Asia Centrale

Mentre Pechino considera la politica della nuova amministrazione statunitense un “rischio sistemico”, l’ultimo rapporto del Newlines Institute di Washington accusa la Cina di genocidio nella provincia del Xinjiang, ai danni degli uiguri, popolazione turcofona a maggioranza musulmana sunnita; l’Unione Europea si accorda per sanzionare violenze e abusi delle autorità di Pechino; abbandonati l’isolazionismo e la propensione all’istrionismo della scorsa amministrazione, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e la sua squadra sembrano rilanciare, in modo discreto e sottile, l’intraprendenza geopolitica dell’era Clinton su vecchi e nuovi assi di proiezione geo-strategica, ma in un contesto di embrionale multipolarismo e con l’incognita del potente e prepotente alleato turco.

Priva, finora, di qualsiasi connotazione ideologica, a differenza della guerra fredda del secolo scorso, la rivalità di potenza tra Cina e Stati Uniti non sembra essere mutata, almeno nella sostanza, dopo l’insediamento del nuovo presidente democratico Joe Biden alla Casa Bianca. Eppure, quanto trasmesso dai media dell’incontro di Anchorage del 18 marzo mostra una maggiore attenzione, per quei temi che chiamano in causa la Cina su questioni umanitarie. Le stesse che legittimarono gli interventi umanitari degli anni ‘90 del secolo scorso.

Ad esempio, su Pechino grava la responsabilità di un genocidio in atto ai danni degli uiguri, secondo i parametri stabiliti dalla convenzione delle Nazioni Unite del 1948. Diversi gli abusi denunciati, tra i quali arresti, detenzioni arbitrarie nei campi di rieducazione e sterilizzazione forzata sistematica. Queste sono state le conclusioni del rapporto pubblicato lo scorso 9 marzo dal Newlines Institute for Strategy and Policy, definito dall’emittente statunitense CNN come il risultato storico della prima inchiesta legale indipendente di un’organizzazione non governativa su accuse di genocidio rivolte alle autorità cinesi. Un risultato che cozza, tuttavia, con le conclusioni cui è giunto, a febbraio, il Dipartimento di Stato USA, secondo il quale non ci sono prove sufficienti per parlare di genocidio. Gli ha fatto eco, da una posizione più moderata, l’Unione Europea, i cui paesi membri si sono accordati il 17 marzo per sanzionare alcuni rappresentanti del governo di Pechino per violazioni dei diritti umani della minoranza uigura. La parola genocidio compariva, invece, nelle mozioni non vincolanti votate lo scorso febbraio dai parlamenti di Canada e Paesi Bassi, oltre che in una dichiarazione ufficiale dell’ex segretario di Stato USA Mike Pompeo, risalente all’ultimo giorno di incarico dell’amministrazione di Donald Trump:

“questo genocidio è in corso e siamo testimoni del tentativo sistematico da parte dello Stato-partito cinese di distruggere gli uiguri”.

Da marzo 2017, aveva aggiunto, le autorità di Pechino hanno intensificato la loro campagna di repressione decennale nei confronti degli uiguri e di altre minoranze musulmane, come kazaki e kirghizi. Un riferimento alla linea dura adottata dalla Cina nella lotta al separatismo e al terrorismo, soprattutto quello di matrice islamica, perno per una rete di alleanze che hanno aumentato la sua capacità di proiezione strategica in Asia centrale, ben oltre i domini economico e tecnologico riassunti dalla Belt and Road Initiative (le cosiddette nuove vie della seta). Basti pensare all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (OCS), istituita nel 2001, immediatamente prima degli attentati dell’11 settembre, dai presidenti di Cina, Russia, Kazakhstan, Tagikistan e Uzbekistan.

Al di là delle grida di allarme sul pericolo giallo che hanno accompagnato la guerra commerciale lanciata da Trump, e delle preoccupazioni umanitarie ostentate dagli USA e da quelli che l’ex segretario generale dell’Alleanza atlantica (NATO) Anders Fogh Rasmussen ha definito i loro alleati del mondo libero, Washington nel confronto con la Cina si trova di fronte, per la prima volta nella storia, uno Stato che non si erge a portavoce di un modello economico-sociale e di un ordine mondiale alternativi a quelli basati sul capitalismo (come l’Unione Sovietica), né si lascia irretire in scontri di tipo ideologico. Anzi, l’ascesa della Cina è avvenuta mediante le norme economiche e gli equilibri internazionali dettati dall’allora unica superpotenza statunitense negli anni ‘90 del secolo scorso, dopo l’implosione del sistema sovietico. Nel decennio della globalizzazione, infatti, Pechino ha tolto a Stati Uniti il monopolio sull’estrazione e sulla raffinazione delle terre rare, grande potenzialità per l’economia futura intuita da Deng Xiaoping, padre dello sviluppo economico cinese. In tal modo, la Cina si è progressivamente affermata sullo scacchiere mondiale grazie soprattutto alla sua capacità di recepire e rielaborare i dettami dell’economia di mercato: dal capitalismo di sorveglianza (anche i crediti sociali sono di importazione USA) al Master in Pubblica amministrazione seguito dai dirigenti cinesi a partire dal 2001 e strutturato sul modello della John F. Kennedy School of Government dell’università di Harvard. Inoltre, Biden non può contare ora sulla fedeltà atlantista della Turchia, così proficua negli anni ‘90 per disgregare quanto restava dello spazio geopolitico sovietico (è il decennio in cui esplodevano i conflitti etnico-confessionali nei Balcani e in Asia centrale). Di contro, per difendere il primato strategico nell’Indo-Pacifico dall’intraprendenza di Pechino oltre il Mar Cinese meridionale, lungo le direttrici che collegano gli stretti, Washingtom può affidarsi a una rete abbastanza solida di alleanze regionali organizzata attorno ai tre rivali storici della Cina, ossia Giappone, India e Australia. Il fulcro di questa NATO asiatica è il Dialogo quadrilaterale per la sicurezza (QUAD), che il recente acuirsi delle tensioni tra Cina e India ha contribuito a cementare.

Marzo 2021 è stato infatti anche il mese in cui l’amministrazione Biden ha delineato la sua visione strategica dell’Asia centrale, stabilendone le basi con una visita dei suoi massimi rappresentanti in Giappone, Corea del Sud e India, culminata con un colloquio con una delegazione del governo cinese, in presenza del consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan. Al centro, naturalmente, la necessità di una difesa da eventuali tentantivi espansionistici da parte di Pechino e di una presa di posizione su questioni come quelle del Xinjiang, di Hong Kong e di Taiwan. Biden ha dato dunque un segnale immediato di continuità con il suo predecessore nelle relazioni con la Cina, ma al contempo di discontinuità, cercando di rinsaldare il sistema di alleanze sul quale si fondava la supremazia mondiale statunitense negli anni ‘90. In un contesto, peraltro, in cui sullo scenario mondiale si è affermata, oltre alla Cina di Xi Jinping, anche la Russia di Vladimir Putin, nei confronti del quale Biden è giunto a un passo dalla rottura (anche questo è un segnale di discontinuità, se si considera che Trump è stato accusato di aver vinto le precedenti elezioni presidenziali grazie al sostegno di Mosca), definendolo un assassino. Inoltre, il cuneo turco, così efficace negli anni ‘90, attualmente rischia di rivelarsi una trappola, viste le velleità neo-ottomane del presidente Recep Tayyip Erdoğan e la sua capacità di preservare un ruolo di potenza regionale malgrado una grave crisi economica. Infatti, se Ankara può sostenere Washington nella questione uigura, che da tempo costituisce un motivo di attrito tra Turchia e Cina, vi sono temi significativi sui quali tra USA e Turchia si trovano in disaccordo. A titolo di esempio, l’estradizione del predicatore islamico Fethullah Gülen, l’uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi (da anni residente negli USA e redattore del Washington Post) nel consolato di Riyadh a Istanbul e il recente avvicinamento di Ankara alla Russia e alla Cina. Con quest’ultima, in particolare, la Turchia ha firmato nel 2017 un accordo sul rimpatrio di cittadini della Repubblica popolare presenti sul territorio turco, tra i quali vi sono gli stessi uiguri.
In altri termini, la Turchia potrebbe essere l’anello debole dell’alleanza del mondo libero contro i regimi autoritari, che Rasmussen, sul finire dell’era Trump, aveva auspicato per spianare la via a un ritorno trionfale degli Stati Uniti democratici e globalisti (quindi imperialisti, ma è un po’ come chiamare la guerra intervento umanitario) sul trono del mondo. Il che spiegherebbe, almeno in parte, la cautela usata da Biden nei confronti del principe ereditario saudita Mohamed bin Salman in merito all’affaire Khashoggi, anche se un rapporto dell’intelligence USA desecretato ne rivela il coinvolgimento diretto. Dunque, da un lato l’amministrazione Biden, in continuità con la precedente, alza i toni dello scontro con Cina e Russia facendo leva sulle accuse di violazione dei diritti umani; dall’altro usa cautela con un prezioso alleato nel Golfo persico, utile per esercitare pressioni sull’Iran in vista di una ripresa dei negoziati, interrotti da Trump, ma al contempo pericolosamente gravitante attorno all’orbita cinese. La crescente inaffidabilità del petrolio come unica attrazione di capitali esteri rende Riyadh un potenziale alleato a rischio impoverimento ma in posizione strategica. Un potenziale nemico del nemico.